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Il 2 giugno sera,la lunga diretta televisiva che ci era stata promessa nella serata su Rai 1,dedicata all'ottantesimo anniversario della Repubblica Italiana,ha impresso nel telespettatore il senso dell'attraversare il tempo,da viaggiatore che assiste al lungo film che siamo,noi. Italiani di oggi .
E confesso,in me anche qualcosa di indefinibile.
Non esattamente tristezza, non nostalgia.Qualcosa di più sottile e persistente: una lieve inquietudine, un interrogativo che non si dissolve con lo spegnimento dello schermo,ma fa nido partendo di lì,da dove si erano rincorse le immagini, dove si erano pronunciate parole e suonate melodie, si erano cantate canzoni e dove alla fine
aveva danzato Roberto Bolle.
Noi siamo Italiani.
Ma cosa siamo oggi ,di tutti coloro che vedevamo scorrere,volti anonimi e sconosciuti,nelle immagini che la regia ci rimandava del passato?
Parlo di quelle anime che ,orientate alla coscienza di un popolo,hanno accettato e sopportato,"chiamate dalla Patria" (come si specificava allora) e hanno portato nel corpo e nell'anima le cicatrici di un'Italia che si sgretolava : il freddo delle notti senza riparo, il ventre vuoto, le città ridotte a scheletri di pietra e silenzio,abitate da fantasmi che erano carcasse in movimento ma senza colore,che conoscevano il fango gelido e avvelenato degli alloggi di fortuna,con le malattie,la fatica,nel persistere del pericolo.
Poi avevano affrontato l'umiliazione delle tessere annonarie durante i razionamenti,e la fame, le macerie che la distruzione dei bombardamenti facevano crescere,il dolore della guerra che mutila,trancia ogni speranza,divide,azzera.
Oggi,dove siamo arrivati?
Come abbiamo orientato la nostra vita di Nazione da dopo il Referendum, con la sua scelta fatta dal popolo,quindi chi siamo diventati dalla Costituente in poi?
Con quella nuova *coscienza* costruita nella Libertà ,spesso desiderata negli anni del ventennio della dittatura e appena acquisita.
Siamo passati per la non facile ricostruzione, mattone su mattone,come tasselli incastrati in un puzzle di promesse,nella volontà di progredire,e miglioratici, in seguito nel miracolo economico...
Abbiamo cercato di costruire un'Italia che si riscattasse dal peccato che noi stessi
ci eravamo concessi con la dittatura ed espiasse ciò che noi stessi avevamo
tollerato,guardando al futuro sulla via della Pace,ri-costruendosi anche moralmente .
Ma che rimane di quella necessità di ricostituirsi,nazione,e popolo?
Alla fine si è realizzata?
Davvero siamo rimasti fedeli al sacrificio
delle guerre e nei dopo guerra o abbiamo smarrito il senso dell'orientamento vicendevole,quello che ci aveva fatto fare un balzo in avanti per spiccare nuovamente il volo economico,sociale,culturale,
politico, in quanto nuovo Stato?
Incollata alla tivù io e milioni di telespettatori, abbiamo goduto di stralci visivi carichi di una densità umana
in movimento, che oggi fatica a trovare equivalenze nei tempi che viviamo,già.
Nei fine anni 40' e poi per tutti i '50 ,in quelle immagini di repertorio si vedeva la fatica nei volti.La fame ereditata,vissuta
e trasmessa nelle andature un po' sbilenche,ossute,in secondo piano alle macerie,alla distruzione.
Quelle immagini che scorrevano fin nell'animo e professavano fierezza,a tratti coraggio su quel "come eravamo" protagonisti ,in un tempo ove tutto era così semplice,con le piazze delle grandi feste in piazza,dei villaggi dalla gente che aveva voglia di voltare pagina,nel bisogno di "mescolarsi" per incontrare,fare conoscenze e perché no,amicizie.
Quello che colpisce, guardando i filmati del dopoguerra, è l'energia, in quei volti.
La vita.
E poi le strade polverose ma affollate con i cortili condivisi in conversazioni e giochi,feste di quartiere dove ci si ritrovava nonostante tutto,magari popolando le lunghe tavolate celebrative,in una comunione che associava,mischiava,con fiducia nell'altro,simile nel suo bisogno di
*esserci*.
C'era scambio di pensieri,idee,progetti e
nasceva il linguaggio politico con la scelta, finalmente *possibile" dopo la dittatura,di farla,la politica : circolazione di sentimenti,scelte,finalmente ideologia che portava anche a battaglie,tipo Don Camillo e Peppone,che non erano solo delineate in racconti su carta ,ma "un ambaradan" che diventava associazione,famiglia -che - si -scontrava. Ci si scambiavano lacrime ed anche parole avvelenate ,ma c'era il bisogno di futuro.
Poi, il boom degli anni 60' con i volti già più rotondi ,a volte cicciosi e sorridenti di chi ce la sta facendo.
Cappelli in testa,cappottoni gli
uomini, primi adeguamenti alle riviste patinate dei modelli di alta sartoria,le donne.
Icone delle icone che arrivavano dai paesi lontani e fortunati,dove il cinema era lavoro.Un lavoro che distribuiva sogni e creava divismo gettando fumo negli occhi in alcune fanciulle speranzose
nel buon matrimonio,ricco matrimonio.
Auto,tante .E bici sempre meno,ma intatto il tifo per "Il Giro d'Italia".
Io ho ricordato certi volti dell'alluvione di Firenze che -purtroppo- vidi
da bimba, disgrazia inattesa per tutta una nazione ,ma che fu anche richiamo d'un umanesimo ritrovato,speciale, più moderno .
Che faceva
umanità- che-provvede al bisogno comune dell'Arte da salvare,restaurare,preservare custodire.
E precipitandosi in aiuto, giovani che credettero nel futuro,per recuperare la memoria
culturale del passato, diedero lezione di generosità al Paese ed al mondo.
Fummo "faro".
C'era ,sempre nella sequenza di quelle immagini ,la percezione che una speranza collettiva di straordinaria potenza *vivesse* : i palazzi popolari che non erano ancora i contenitori /dormitorio popolosi ed anonimi, le fabbriche che erano una certezza ogni volta che aprivano i cancelli agli operai che poi,*si specializzavano*, le ferrovie nei nuovi nodi ricostruiti,le strade,le nursery negli Ospedali,le aule scolastiche affollate da bei bambini che a casa avevano fatto colazione con i "biscotti al Plasmon" e in classe avevano grembiuli arricchiti dai fiocconi,con le cartelle a zaino sulle spalle che contenevano quaderni e colori,penne bic.
Quella generazione uscita dalla guerra aveva poco, pochissimo, ma possedeva qualcosa di più raro: il senso della comunità che è comunità perché vuole fortissimamente esserlo per
migliorare, anche lasciando il testimone alle generazioni in arrivo.
Un'eredità trasmessa con fatica ai figli,tramite il racconto del dolore,dei sacrifici fatti,della speranza in un posto per tutti in un mondo,migliore.
E la nuova generazione,a sua volta ha cercato di custodire, anche negli anni più bui delle tensioni ideologiche
barcamenandosi tra il passato ed
il futuro ,ma vivendo con diffidenza, ed a tratti anche curiosità,un sessantotto che un po' turbava, perché i giovani si ribellavano cercando un'identità propria con nuovi valori,sui loro moderni bisogni tessuti in una Libertà che si apriva a concetti molto più larghi che nel passato.
Il benessere del boom economico ha portato una rivoluzione culturale.
E pure ,così,l'inspiegabile .
Una scissione nella nostra coscienza di Italiani,quasi subdola,silenziosa :qualcosa si è rotto lungo il percorso di una Italia che era proiettata nel suo progetto del futuro .
Non tutto in una volta,ma gradualmente come un tessuto che si consuma senza che nessuno se ne accorga davvero.
Per incuria,a volte incomunicabilità. In quella testarda smania di modernità
il senso di "comunità" si è sciolto a beneficio di un individualismo che ha pensato esclusivamente al beneficio
del singolo.
E così. Poco prima il sessantotto,la
frattura naturale tra le generazioni ,è diventata frattura civile.
E il senso di comunione, che ci aveva uniti come identità,si è dissolto in una polvere di egoismi che non si riconoscono
più, ognuno in guerra quotidiana contro tutto e tutti.
Un esempio: la ricerca nel bisogno garantito dalla Costituzione del "posto di lavoro" fisso,a tutti i costi,come garanzia di benessere e stabilità.
Cosa che in alcuni,in qualche modo ha spento la creatività.
Con la neonata voglia di farla franca anche a patto di essere furbi *contro lo Stato* ,improvvisamente percepito come ingiusto e nemico .
Le raccomandazioni,le bustarelle,eccoli gli *io* /ego ,lontani dal
noi- che- uniti- siamo - italiani.
Non abbiamo più orientato in comunione la nostra vita di appartenenti ad una visione fusa comune e questo ci ha fatto smarrire il punto principe di riferimento come Nazione.
"Italiani,brava gente" è diventato
un target da cui sciogliersi,per non sembrare stupidi, con altri target che ci siamo cuciti addosso da soli, tipo la mafia,i mandolini e gli spaghetti ,il terrorismo,il malaffare,le mani
sporche ,ecco un popolo di furbi che cercano di farcela gli uni sugli altri.
Paradossalmente e a cicli
siamo diventati il popolo delle Mani Pulite,che è sceso in alcune piazze a riscattarsi dalla Mafia,o contro il Terrorismo.
Ma ci siamo poco abituati a considerare che quello che viviamo è
un mondo italico che non è cresciuto,ma si è come bloccato ,accettandosi nella ricostruzione a quell'epoca ,ma impedendosi un reale futuro.
Nella sfiducia.
Sfiducia ,galoppante.Sempre.
Abbiamo perso i sogni
quando abbiamo tradito le aspirazioni al futuro migliore,quelle stampate in quei.volti.anni.40' e'50 .
Noi,ancora oggi
siamo quello,sfiducia,purtroppo costretti a ragionare sempre per sottrazioni, oltre le speranze dei nostri nonni e dei nostri padri dopo le due grandi nostre ferite,le guerre mondiali.
Ecco. A questo punto
un'altra mia riflessione forse dolorosa più che triste,tanto da" amarcord "
:
non si può non pensare alla
*perdita* che non possiamo perdonarci come popolo ,nazione e Stato :
Aldo Moro.
L'unico momento,in anni così distanti dalla fine della guerra e dal Referendum,dalla nascita della Costituente,in cui siamo tornati *tutti* popolo ,che è *noi*.Italiani.
Da segnalare, nella serata televisiva, due monologhi.
Chi scrive è donna,e come tale ritiene che Paola Cortellesi abbia regalato uno dei momenti più intensi e necessari della serata, con una lettura estremamente emozionante, dedicata alle donne che ottant’anni fa hanno combattuto per la libertà di tutte le ITALIANE,noi,allora come oggi.Generose,sempre pronte a dare.
Furono spesso giovanissime, poco più che adolescenti, che unendosi alla Resistenza contro il nazifascismo, sacrificando la vita per consegnarci un Paese più libero, più giusto, più
umano, *ci fecero* mature in una coscienza di genere, oggi.
Con la consapevolezza che il femminile sia anche idea,rivendicazione.di.diritti.
Quel monologo non si è fermato al passato, giacché "la battaglia" non è ancora finita.
Per motivi diversi, siamo ancora partigiane che non puntano i fucili,ma i piedi ,per superare nuovi ostacoli alle nostre libertà.
Con troppe donne che oggi continuano a subire violenza, discriminazioni, paura e soprusi.
E con la parola che aleggia,ancora
poco detta,"patriarcato" ,da abbattere.
L'altro assolo recitato con grande maestria da Massimo Popolizio, è stato dedicato a ciò che ci ha abitato nel nostro più recente passato prossimo: il Covid.
Ospite velenoso ed indimenticabile.
Popolizio ,in un momento di rara
intensità, è stato capace di tradurre e restituire nello spettacolo il peso collettivo di una prova che avrebbe potuto — e forse dovuto — rinsaldare il senso di appartenenza comune.
Un qualcosa,sempre da spettatrice di questo spettacolo dedicato ai Volti della Repubblica, è stato ancora mio pensiero per riflettere : l'ombra.
L'ombra sottesa e lunga di una dipendenza
che ha complicato questi decenni, ombra che appartiene a un'altra considerazione che ottant'anni di storia impongono, più scomoda e meno celebrata.
Parte della traiettoria italiana del secondo dopoguerra è stata segnata da una subalternità strutturale nei confronti di potenze esterne. Una,in particolare .
È buffo che noi guardiamo all'America,esattamente come l'America guarda a noi, in un tandem di invidia reciproca, attraversando
il percorso del tempo che
passa e,reciprocamente,sottraendoci vicendevolmente tanto e precipitandoci nel peggio.
Si sono importati modelli di sviluppo, di stili di vita, logiche di gestione della cosa pubblica --non sempre migliori-- rinunciando progressivamente a elaborare una via autonoma,per cui.
Il risultato, decenni dopo, è una nazione che stenta a riconoscere la propria capacità di camminare con le proprie gambe.
Un'influenza ,quella subita da oltreoceano,che ha portato benessere materiale, è innegabile, ma che nel tempo ha modellato abitudini, scelte economiche, persino la percezione che gli italiani hanno di se stessi.
Eppure le risorse ci sono: culturali umane, creative, artistiche,storiche. Forse mai abbastanza valorizzate, spesso disperse, ma presenti.
Una domanda aperta
non è sul rimpianto per un passato idealizzato,ma è
una domanda precisa che una serata come quella andata in onda ci costringe a formulare: abbiamo davvero onorato il sacrificio di chi ha costruito questa Repubblica dal nulla, o in certi tratti fondamentali abbiamo smarrito la strada?
Quella percezione di un qualcosa che si è consumato senza fare rumore,negli ottant'anni, ci dice chi siamo diventati e quanto strada manca ancora per essere culturalmente,intellettualmente
noi stessi, se solo ritrovassimo la lucidità di guardarci allo specchio senza sconti.
Ottant'anni, Repubblica.
Buon compleanno atte'. E buona riflessione a me,forse a chi mi ha letto pazientemente sin qui,a tutti noi.
*_gioilan_*