faccio
schemi di
domani vuoti,con
gli occhi
abulici
di un
dopo trombosi nelle sotterranee valli, sono di spalle
al
mondo ed alla mia rovina,e più di prima ingurgito detta
impotenza
in faccia alle sorti della vita, in questa sfiga di
sempre
nelle assenze mie e dei famigli più vicini, così che.
Son
carrozzelle,gli alberi e le cognate, quelle segnate da vedovanza,questa lagnanza
nel silenzio delle vespe e
delle
streghe- son solo beghe delle comari sedutesti vicine-.
Commedie
su commedie,solo manfrine a compimento del trascorrere in qualche modo il tempo
giù nel giardino di quest'ospizio, ultimo
vizio di signore altolocate
o umili donnette nemmeno diplomate, tutte imbustate così vicino al limitare
della morte -oddio che sorte- in
queste torte, in questo
vizio di aspettare il vento e quel che scorre. E siamo alle fiamme
di fine
giugno. Le mani a pugno.
Non ho
che trine di paure e notti insonni, cèrche di spade e donne armate, tutte
avventure un poco esagerate e avvelenate dal timore del futuro.
Intanto
abiuro ogni colore e a malincuore resto,sicchè resisto a oltranza e questo è
che io chiamo star qui giù.Al mio posto. Anche per nesso, giro e rigiro nel mio
raggiro. E scrivo. Giuro. Di essere qui ancora qui domani, se pure questo è-
semplicemente- che tu mi assali e .Inondi poi le mani leccando un baciamani.
Bagni le trine, così, di tutte spine, io mi lamento. Tangando un ballo lento
lento, nel sopravvento del mio rimpianto. Quanto per quanto,
sino a quando? e faccio schemi di domani inusitati e intanto vuoti ,il capo
reclinato –si fa così- che sboccia il
pianto


