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ancora il segno delle nostre mani
nell’ansimo sul vetro e già domani
nell’iride pungente d’una goccia
risboccerà la faccia d’un gennaio
brivido,
bianco silenzio e lucido
nevaio
per lo scolaro il frate il calzolaio
giù in strada.
Osservare da qua -dove si resta
dopo una festa- scaccia la malinconia
ed ogni traccia di allegria su faccia
è epifania del nuovo o di un domani.
Penetra in suoni di letizia il lento
svolgere del vento le foglie rosse
di poinsezia
fuori,
l’arguzia di zia
Pia che gioca all’oca con Maurizia dentro,
il fuoco che delizia di faville.
E noi. Nell’antro di famiglia
a volgerci di spalle al vetro,
al freddo, al peggio, al vuoto
con gli occhi bassi,tristi,spersi
in una trina a lacrima
voltati ancora verso la finestra
( l’unica lacuna sta
nella cantina dentro,
nel nostro cuore : l’immagine del sangue
le urla di dolore ovvero come
non si sgrana ancora
l’orribile fine estiva
di Tiziana )