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Per sveglia c‘era stato
come un‘eco
al rumore di gente -in movimento-
che dice ciò che sa dell‘altra gente
di cui si pensa-forse- ma non si sa.
Quindi s‘era cercato
di intendere
decidendo di arrischiarsi
fino a là.
Si scorgevano le vie silenziose
e caseggiati negli occhi aperti
delle persiane,nel perso dolore
dei portoni scuri chiusi per metà,
finanche nelle lenzuola immobili
stese ai fili
da balcone a balcone,
nel pallone di stracci rotolato
in giù,dagli scalini alla fontana.
Con dappertutto un senso di
abbandono
costretto
e sgombero forzato in uno
spazio senza contenuto
per via di quel tutto,
sfitto
senza l‘anima della gente
che anima,che manca.
Immaginando ciò che era avvenuto
nel rumore di fretta impartita
<<schnell!!>>
nel cigolìo di cannoncini attraversato
come da un ritmo di
stivali e pianto
<<schnell!!>>
nei grappoli di ombre del primo sole
salente a stola,scenario al paesaggio
-la furia ha fretta ed il colore
grigio.-
<<schnell!!>>
Im ma gi nan do era quantificato
il vuoto --il deserto a tutto
a tutti.
( un grumo di paura mentre frugano
le dita il campanello sull'uscio
della famiglia amica per decenni.)
Di tanta morte vive
il ricordo
di tanta morte si vive la vita.
Eravamo a Roma,
nel cuore del ghetto
di sedici ottobre,
millenovecentoquarantatre
