mercoledì 9 ottobre 2013

Noi di quiggiù e Longarone

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Mia mamma racconta di
quando,giovanissima,per
arrotondare in vista del
suo matrimonio,portava
la contabilità per una
ditta di import-export.

E di
Di Leo,un giovanotto
solo,forse un po‘triste,gentile
ma timido con chi non
conosceva,che poi.
S‘era
impalmato una
ragazza *bellissima*
e bionda dall‘occhio
ceruleo e l‘accento ed
i modi sinceri delle
Alte Valli del Piave.

Di Leo,pugliese,dopo
averla sposata,invece
che andare in viaggio di
nozze a Venezia (come
allora usava),passando
per Roma (in udienza dal
Papa),se ne era venuto
*giù* verso il sole e le
strade del vino moscato
delle canzoni,a respirare
le onde sugli scogli ed i
gelsomini.

E la ragazza alta,bionda
dall‘occhio ceruleo come il cielo delle sue valli,
dopo un poco,a
proprio agio,s‘era messa
a raccogliere fior di
camomilla da far essiccare,
foglie di mentuccia ed
edera con citratella
per profumare lenzuola.
A scegliere more
per marmellate,a lavorare
maglioni per tutte.

Queste nuove,accoglienti
amiche un poco
sorprese da tanta
laboriosità.Loro
così cittadine,troppo ciarliere e
un bel poco modaiole,lei
montana dalla enorme franchezza,a tratti
silenziosa, sempre impegnata 
in qualcosa di rara creatività,
 tipica ragazzona dalla grande
poesia della gente
semplice e fantasiosa
delle Alpi.

A fine luna di
miele erano ripartiti
per la dimora nuova.
Nel lontano Nord del
Veneto.
Ma detto così *Veneto* 
è un luogo lassù, che esiste
lontano,o sulle cartine geografiche
di scuola,o dentro le conoscenze
che fai quando si viene in visita
o si viaggia.

Quando Di Leo
tornava erano
sempre lettere,dolci
e manufatti.Ricevuti
e ricambiati.Erano
il sapore dell‘altrove,tutta
l‘amicizia.

Poi era nata Iride.

Altrettanto bella.
Pelle come il latte.
Capelli a macchia nera
fitti e attorcigliati
del padre,occhi
azzurri azzurri azzurri
(mantenuti nel colore
anche a quattro anni
dalla nascita) occhi
della madre.

Principessina
delle valli,per Di Leo
che aveva cambiato
il carattere.
(come si smette d‘essere orso
per amore)
Adesso era (felice) sempre
molto più espansivo
con tutti.

Quella mattina,sulla
sua piccola scrivania
del
suo piccolo posto
di lavoro,la mia mamma
s‘era-non casualmente- portata
la radiolina *transistor*
per non perdersi la
puntata del radiosceneggiato
mentre contava entrate 
ed uscite sul suo registro.

Era Arrivato.

Di Leo con i regali,
bello che tutto allegro.
E la mamma giù a
parlare.Chiedere.
Parlare.

Quando.
Il Giornale Radio incominciò
a raccontare.

Il Vajont.
L‘acqua.La morte.
Paesi interi.Longarone.
Disgrazia.
Dolore.

Allora ci si bloccava.

All‘idea della morte
nella calamità.
Ci si bloccava sempre
pensando alla catastrofe.

Gente del
ventennio dopo la guerra
con nella mente
quelle altre sciagure
della guerra,
gente che ci é passata,
gente solidale
ferma a pensare,
a pregare (chi ancora sa).
Sempre gente
per
altra gente.

Ma la mia mamma lo capì
subito.

Di Leo,bianco
in volto,magari lì...
conosceva qualcuno.

-Lui girava tanto.
Per l‘Italia dalle strade
di polvere
macinata e alzata
dall‘utilitaria-

Il tempo di chiederglielo.

E sentirsi rispondere:
“ Mia suocera vive a
Longarone.Prima di
tornare quiggiù.Le
ho portato mia moglie
e la bambina.“