Ieri é morta Carmela.
Abitava nel palazzo accanto al mio,ed era uno dei “volti“ storici
della mia breve strada
del centro città.
Quando ero bambina, con il marito,Michele, abitava in un “basso“ in faccia al mio portone, erano contadini,senza figli, e il primo giorno che
io tornai da scuola,dopo la morte di papà,mi chiamò,mi fece una carezza (che sapeva di mandarini) piano, sulla testa,
mi chiese come stava mamma,poi mi fece mettere le mani a coppa e,attingendo al cestino-attira-clienti che era su una sedia,davanti alla sua porta,me lo riempì di mandarini dicendo che erano “suoi“ (coltivati nel suo podere) dolci e succosi,di mangiarli noi e darne tanti alla mamma.
Poi aggiunse
*umilmente*.
(Quelli erano giorni strani assai,per me : non ci capivo niente. Di quello che succedeva,solo che.Papà.Era morto.)
Così il marito di Carmela mi riaccompagnò sino al portone di casa (undici passi) e suonò .
Dopo che consegnai i mandarini alla nonna,in cucina,lei mi fece il terzo grado.
Quindi si riavviò i capelli,si tolse la “parannanza“ -che era la sua divisa-,andò al balcone,
(in quei giorni di lutto sempre chiuso,con le persiane serrate alla luce come mani strettamente giunte) lo aprì .
E. Cosa stranissima,mai fatta prima dal balcone verso qualcuno in strada,parlò. A Carmela.
Le mattine seguenti,sia quando andavo a scuola,sia quando tornavo,lei era sempre lì,nel vano della sua casa,con una mano a trattenere la tenda
ed a guardarmi. Per sorridere.Come saluto.
Ed era una specie di appuntamento allegro.Leggero.L‘unico in quei giorni così grigi ed insipidi,anche se c‘era il sole.
Poi.
L‘anno dopo andai in collegio.E,una volta,tornando.Mi accorsi che lì ...dove lei stava sempre.Non abitava più nessuno.
La nonna disse che erano andati a Napoli.
Una ventina di anni dopo incominciarono a ristrutturare il palazzo accanto al nostro.
E. Sorpresaaa!
Ad abitare il minuscolo appartamento (il grande serviva a Don Vincenzo per la Parrocchia)... Tò: riecco sbucare Carmela.
Con il marito.
Ingrigita,ma sempre lei.
Una mattina ,sorpassandola, la salutai e mi rispose.Quasi brusca.Stava parlando con un falegname.Però. Guardandomi. E continuando,ancora.
Mi seguì con lo sguardo...attraversò la strada con me,camminò ancora per pochi passi,con me.
Rispondeva a quello,ma tenendomi sotto controllo.
La vidi riflessa in una vetrina del negozio sotto casa e mi divertii un mondo.
Strinse gli occhi ed alla fine mi riconobbe.
Fu quando io aprii il portone di casa. Quando mi voltai a guardarla mi sorrideva.Ancora.
Ero tornata da scuola.Però .Stavolta avevo i registri.Sottobraccio.
Ogni tanto ci parlavamo,e la mattina che mia sorella,vestita da sposa entrava in macchina,lei mandava baci.
Quando facevo catechismo in strada o giocavo con i ragazzi, lei,da vedova,era sempre sul suo balcone.
E d‘estate ci si sedeva .E si “sventolava“ con il suo bel ventaglio.Ci guardava.Poi parlavamo qualche minuto.
Anni difficili,a Napoli:ma la casa ai “piani alti“ se la erano guadagnata.Sempre pensando alla *nostra strada*.
Proprio per stare al fresco,d‘estate.
Io ridevo,mi era tanto simpatica.Ed ogni volta,anche a distanza,lei profumava...di mandarini!
Adesso la mammi vuole andare al suo funerale:la nostra chiesa é in restauro ed il trasporto si terrà in una lontana dalle nostre case.
A piedi,sarà. Una passeggiata.
Dice.
Io non mi sento niente bene,però .Si.Ci andiamo. La mamma insiste.
“Perché -ha detto-Quando l‘ambulanza é arrivata (é un evento,nella nostra strada) si é fermata sul passo carrabile del nostro androne e ,mentre stavano sistemando la barella,Carmela si é voltata a guardare verso il nostro portone,proprio alla mia mamma.“
Oggi,i mandarini a centro tavola,in cucina,hanno un profumo che mi punge.