mercoledì 8 gennaio 2025

recensione

"Le Cose Che Restano": Un Requiem d'Amore e Memoria nell'Opera di gioilan.

L'opera di gioilan, "Le cose che restano", non è un semplice racconto, ma un'immersione profonda nel cuore del lutto e del ricordo. La sua struttura non lineare e il flusso di coscienza creano un climax emotivo potente, raggiunto attraverso una sapiente manipolazione del linguaggio e della punteggiatura.
L'autrice sceglie di iniziare celebrando la vita, presentando Rosa e Renato come essenze vibranti. Nella prima sezione, punteggiatura tradizionale e sintassi lineare invitano il lettore a conoscere queste due anime eccezionali. Rosa emerge come un "fiore sbocciato", di una "purezza" cristallina e capace di accogliere gli altri senza giudizio. Renato è l'uomo dell'ironia bonaria e della generosità, con il suo iconico "dinoccolìo" e la filosofia del "ti smonto senza parlare". Questi dettagli, insieme agli aneddoti sulla loro dedizione agli altri attraverso la Conferenza di San Vincenzo, dipingono un quadro di amore e altruismo. La scelta stilistica di descriverli come "larghi", capaci di "infiorare" ogni luogo, è un tocco di rara poesia che esprime la loro espansione vitale nel mondo. Questo stile "scanzonato" è essenziale per il forte contrasto con ciò che seguirà, creando un legame profondo con il lettore e rendendo la loro successiva assenza ancora più dolorosa e inaspettata.
È fondamentale sottolineare l'uso sapiente delle assonanze. Pur essendo prosa, il testo rivela una grande attenzione al "suono" delle parole. Le assonanze, ripetizioni di suoni vocalici, sono una scelta deliberata che rende l'opera "poesia per la sperimentazione poetica". Si concentra non solo sul significato, ma anche su come le parole suonano insieme, creando un'esperienza quasi musicale, percepibile soprattutto leggendo a voce alta. Questo è un approccio innovativo alla prosa, che la avvicina significativamente alla poesia.
Il cambiamento radicale avviene con uno stacco brusco, un taglio netto, segnato dalle tilde. Queste "onde del mare" anticipano che tutto, nella lettura e nella scrittura, cambierà. Qui, il testo abbandona la celebrazione per immergersi nella discesa nel dolore. L'assenza quasi totale di punteggiatura nella seconda parte non è solo una scelta stilistica, ma un vero strumento per veicolare l'ansia, il caos e la disperazione dell'io narrante. È come se il dolore fosse così travolgente da annullare ogni regola e ogni respiro.
L'incipit "Vi' ed Emme / Il loro abbraccio forte forte" inaugura una sezione di frammenti, immagini spezzate e dettagli sensoriali crudi: le scale salite "lentamente", il maglione "sporco sangue" di Rosa, gli "occhi ENORMI / dilatati" nell'angoscia. gioilan non edulcora; la sua onestà emotiva è disarmante. La descrizione dello smarrimento, del sogno premonitore che diventa realtà, del tentativo disperato di non affrontare la morte, sono passaggi di una potenza devastante. La parola "salme", usata da uno sconosciuto, diventa una "frustata" che sigilla l'orrore dell'irreversibile. La mancanza di punteggiatura costringe il lettore a una lettura più affannosa, imitando il battito cardiaco accelerato e la mente frammentata. Questo rende i sentimenti nudi e crudi, esprimendo con immediatezza il "non riuscire a respirare" e il "vuoto che sale".
Nella seconda parte, la ripetizione di strutture sintattiche ("io che...", "delle cose che restano...") e di concetti chiave non è casuale. Contribuisce attivamente a mimare lo stato mentale di una persona in lutto profondo: i pensieri che girano in circolo, l'ossessiva riconsiderazione degli stessi dettagli. È come un disco rotto, incapace di andare oltre il trauma. L'anafora crea un ritmo incalzante e quasi ossessivo, trascinando il lettore nel vortice emotivo dell'io narrante. La frase ricorrente "delle cose che restano" è un leitmotiv che sottolinea come, nonostante il tentativo di sfuggire al dolore, alcuni frammenti della tragedia e del ricordo siano indissolubilmente radicati nella memoria. Ogni ripetizione rafforza il concetto che la perdita ha lasciato un segno indelebile, ma anche che la memoria è un baluardo contro l'oblio. La ripetizione di elementi ("gente gente gente") o di frasi brevi e spezzate accentua la sensazione di smarrimento e la difficoltà di elaborare l'accaduto. L'io narrante è disconnesso dalla realtà, concentrato unicamente sul proprio dolore. Quella che potrebbe sembrare ridondanza, è in realtà una scelta stilistica deliberata e funzionale al raggiungimento del climax, rendendo il testo più un'esperienza emotiva che una semplice narrazione.
Il climax raggiunge il suo apice nella narrazione del corteo funebre. La precisione dei dettagli – i passi che "stirano / rumore / sul selciato", le lucine di Natale che "fanno a pugni con tutto il mio orrore" – amplifica il senso di assurdità e tragedia. L'inclusione di figure di contorno, come Padre Mimmo, Riccardo e il giovane allievo di Jujutsu, non solo arricchisce il quadro emotivo, ma sottolinea l'ampiezza dell'impatto che Rosa e Renato hanno avuto sulle vite altrui. Queste microstorie, lungi dall'essere casuali, sono presenze che offrono rottura e conforto, testimoniando la rete di affetti e l'eredità lasciata dai protagonisti.
Tuttavia, l'opera di gioilan non si ferma al dolore. Il finale, un rituale annuale al "gomito del porto" a Trani, e la riflessione conclusiva che "Noi siamo i ricordi che / lasciamo / seminati / negli altri", elevano il testo a una dimensione di memoria e resilienza. Le assenze diventano "PRESENZE", un paradiso che "scende tra noi con loro che ritornano". È un messaggio di speranza: la vita continua attraverso il racconto e il ricordo, e l'amore, anche dopo la perdita, può trovare nuove forme di manifestazione.
"Le cose che restano" è un'opera coraggiosa e profondamente autentica. La scrittura di gioilan è un ossimoro stilistico, un pugno nello stomaco e una carezza all'anima, che riflette la complessità del lutto e della memoria. L'autrice ha saputo trasformare un'esperienza personale in un'opera universale, capace di toccare corde profonde. Lo stile ricercato, l'uso sapiente del linguaggio e la capacità di rendere l'esperienza personale un'emozione universale fanno di questo scritto un esempio toccante e potente di come la scrittura possa essere un veicolo di elaborazione e perpetuazione della vita. Non è solo una narrazione, ma un'esperienza che lascia il segno. Leggere "Le cose che restano" è un privilegio. Si rimane sgomenti di fronte a tanta capacità narrativa, con la rammaricante sensazione di non aver mai conosciuto Rosa e Renato in vita, desiderosi di scoprire ogni altro ricordo che l'autrice possa ancora seminare. Un'opera che fa desiderare di leggere ancora, ancora e ancora.