mercoledì 3 giugno 2026

"De Italia, ottant'anni nel resto, noi"


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Il 2 giugno sera,la lunga diretta televisiva che ci era stata promessa nella serata su Rai 1,dedicata all'ottantesimo anniversario della Repubblica Italiana,ha impresso nel telespettatore il senso dell'attraversare il tempo,da viaggiatore che assiste al lungo film che siamo,noi. Italiani di oggi .

E confesso,in me anche qualcosa di indefinibile. 
Non esattamente tristezza, non nostalgia.Qualcosa di più sottile e persistente: una lieve inquietudine, un interrogativo che non si dissolve con lo spegnimento dello schermo,ma fa nido partendo di lì,da dove si erano rincorse  le immagini, dove si erano pronunciate parole e suonate melodie, si erano cantate canzoni e dove alla fine
aveva danzato  Roberto Bolle.

Noi siamo Italiani.

Ma cosa siamo oggi ,di tutti coloro che vedevamo scorrere,volti anonimi e sconosciuti,nelle immagini che la regia ci rimandava del passato? 

Parlo di quelle anime che ,orientate alla coscienza di un popolo,hanno accettato e sopportato,"chiamate dalla Patria" (come si specificava allora) e hanno portato nel corpo e nell'anima le cicatrici di un'Italia che si sgretolava : il freddo delle notti senza riparo, il ventre vuoto, le città ridotte a scheletri di pietra e silenzio,abitate da fantasmi che erano carcasse in movimento ma senza colore,che conoscevano il fango gelido e avvelenato degli alloggi di fortuna,con le malattie,la fatica,nel persistere del pericolo. 
Poi avevano affrontato l'umiliazione delle tessere annonarie durante i razionamenti,e la fame, le macerie che la distruzione dei bombardamenti facevano crescere,il dolore della guerra che mutila,trancia ogni speranza,divide,azzera. 

Oggi,dove siamo arrivati?

Come abbiamo orientato la nostra vita di Nazione da dopo il Referendum, con la sua scelta fatta dal popolo,quindi chi siamo diventati dalla Costituente in poi?

Con quella nuova *coscienza* costruita nella Libertà ,spesso desiderata negli anni del ventennio della dittatura e appena acquisita.
Siamo passati per la non facile ricostruzione, mattone su mattone,come tasselli incastrati in un puzzle di promesse,nella volontà di progredire,e miglioratici, in seguito nel miracolo economico...
Abbiamo cercato di costruire un'Italia che si riscattasse dal peccato che noi stessi
 ci eravamo concessi con la dittatura ed espiasse ciò che noi stessi avevamo
tollerato,guardando al futuro sulla via della Pace,ri-costruendosi anche moralmente .

Ma che rimane di quella necessità di ricostituirsi,nazione,e popolo? 
Alla fine si è realizzata?
Davvero siamo rimasti fedeli al sacrificio
delle guerre e nei dopo guerra o abbiamo smarrito il senso dell'orientamento vicendevole,quello che ci aveva fatto fare un balzo in avanti per spiccare nuovamente il volo economico,sociale,culturale,
politico, in quanto nuovo Stato?

Incollata alla tivù io e milioni di telespettatori, abbiamo goduto di stralci visivi carichi di una densità umana
in movimento, che oggi fatica a trovare equivalenze nei tempi che viviamo,già.

Nei fine anni 40' e poi per tutti i '50 ,in quelle immagini di repertorio si vedeva la fatica nei volti.La fame  ereditata,vissuta 
e trasmessa nelle andature un po' sbilenche,ossute,in secondo piano alle macerie,alla distruzione.

Quelle immagini che scorrevano fin nell'animo e professavano fierezza,a tratti coraggio su quel "come eravamo" protagonisti ,in un tempo ove tutto era così  semplice,con le piazze delle grandi feste in piazza,dei villaggi dalla gente che aveva voglia di voltare pagina,nel bisogno di "mescolarsi" per incontrare,fare conoscenze e perché no,amicizie.

Quello che colpisce, guardando i filmati del dopoguerra, è l'energia, in quei volti.
La vita. 

E poi le strade polverose ma affollate con i cortili condivisi in conversazioni e giochi,feste di quartiere dove ci si ritrovava nonostante tutto,magari popolando le lunghe tavolate celebrative,in una comunione che associava,mischiava,con fiducia nell'altro,simile nel suo bisogno di 
*esserci*.

C'era scambio di pensieri,idee,progetti e 
nasceva il linguaggio politico con la scelta, finalmente *possibile" dopo la dittatura,di farla,la politica : circolazione di sentimenti,scelte,finalmente ideologia che portava anche a battaglie,tipo Don Camillo e Peppone,che non erano solo delineate in racconti su carta ,ma "un ambaradan" che diventava associazione,famiglia -che - si -scontrava. Ci si scambiavano lacrime ed anche parole avvelenate ,ma c'era il bisogno di futuro.

Poi, il boom degli anni 60' con i volti già più rotondi ,a volte cicciosi e sorridenti di chi ce la sta facendo.

Cappelli in testa,cappottoni gli 
uomini, primi adeguamenti alle riviste patinate dei modelli di alta sartoria,le donne.
Icone delle icone che arrivavano dai paesi lontani e fortunati,dove il cinema era lavoro.Un lavoro che distribuiva sogni e creava divismo gettando fumo negli occhi in alcune fanciulle speranzose 
nel buon matrimonio,ricco matrimonio.
Auto,tante .E bici sempre meno,ma intatto il tifo per "Il Giro d'Italia".

Io ho ricordato certi volti dell'alluvione di Firenze che -purtroppo- vidi 
da bimba, disgrazia inattesa per tutta una nazione ,ma che fu anche richiamo d'un umanesimo ritrovato,speciale, più moderno .
Che faceva 
umanità- che-provvede al bisogno comune dell'Arte da salvare,restaurare,preservare  custodire.
E precipitandosi in aiuto, giovani che credettero nel futuro,per recuperare la memoria 
culturale del passato, diedero lezione di generosità al Paese ed al mondo.
Fummo "faro".

C'era ,sempre nella sequenza di quelle immagini ,la percezione che una speranza collettiva di straordinaria potenza *vivesse* : i palazzi popolari che non erano ancora i contenitori /dormitorio popolosi ed anonimi, le fabbriche che erano una certezza ogni volta che aprivano i cancelli agli operai che poi,*si specializzavano*, le ferrovie nei nuovi nodi ricostruiti,le strade,le nursery negli Ospedali,le aule scolastiche affollate da bei bambini che a casa avevano fatto colazione con i "biscotti al Plasmon" e in classe avevano grembiuli arricchiti dai fiocconi,con le cartelle a zaino sulle spalle che contenevano quaderni e colori,penne bic.

Quella generazione uscita dalla guerra aveva poco, pochissimo, ma possedeva qualcosa di più raro: il senso della comunità che è comunità perché vuole fortissimamente esserlo per 
migliorare, anche lasciando il testimone alle generazioni in arrivo.
Un'eredità trasmessa con fatica ai figli,tramite il racconto del dolore,dei sacrifici fatti,della speranza in un posto per tutti in un mondo,migliore.

E la nuova generazione,a sua volta ha cercato di custodire, anche negli anni più bui delle tensioni ideologiche
barcamenandosi tra il passato ed
il futuro ,ma vivendo  con diffidenza, ed a tratti anche curiosità,un sessantotto che un po' turbava, perché i giovani si ribellavano cercando un'identità propria con nuovi valori,sui loro moderni bisogni tessuti in una Libertà che si apriva a concetti molto più larghi che nel passato.

Il benessere del boom economico ha portato una rivoluzione culturale.
E pure ,così,l'inspiegabile .
Una scissione nella nostra coscienza di Italiani,quasi subdola,silenziosa :qualcosa si è rotto lungo il percorso di una Italia che era proiettata nel suo progetto del futuro .
Non tutto in una volta,ma gradualmente come un tessuto che si consuma senza che nessuno se ne accorga davvero.

Per incuria,a volte incomunicabilità. In quella testarda smania di modernità 
il senso di "comunità" si è sciolto a beneficio di un individualismo che ha pensato esclusivamente al beneficio
del singolo.
E così. Poco prima il sessantotto,la
frattura naturale tra le generazioni ,è diventata frattura civile.

E il senso di comunione, che ci aveva uniti come identità,si è dissolto in una polvere di egoismi che non si riconoscono 
più, ognuno in guerra quotidiana contro tutto e tutti.
Un esempio: la ricerca nel  bisogno  garantito dalla Costituzione del "posto di lavoro" fisso,a tutti i costi,come garanzia di benessere e stabilità.
Cosa che in alcuni,in qualche modo  ha spento la creatività.
Con la neonata voglia di farla franca anche a patto di essere furbi *contro lo Stato* ,improvvisamente percepito come ingiusto e nemico .
Le raccomandazioni,le bustarelle,eccoli gli *io* /ego ,lontani dal 
noi- che- uniti- siamo - italiani.
Non abbiamo più orientato in comunione la nostra vita di appartenenti ad una visione fusa comune e questo ci ha fatto smarrire il punto principe di riferimento come Nazione.

"Italiani,brava gente" è diventato 
un target da cui sciogliersi,per non sembrare stupidi, con altri target che ci siamo cuciti addosso da soli, tipo la mafia,i mandolini e gli spaghetti ,il terrorismo,il malaffare,le mani 
sporche ,ecco  un popolo di furbi che cercano di farcela gli uni sugli altri.

Paradossalmente e a cicli
siamo diventati il popolo delle Mani Pulite,che è sceso in alcune piazze a riscattarsi dalla Mafia,o contro il Terrorismo.

Ma ci siamo poco abituati a considerare che quello che viviamo è  
un mondo italico che non è cresciuto,ma si è come bloccato ,accettandosi nella ricostruzione a quell'epoca ,ma impedendosi un reale futuro.

Nella sfiducia.
Sfiducia ,galoppante.Sempre.
Abbiamo perso i sogni
quando abbiamo tradito le aspirazioni al futuro migliore,quelle stampate in quei.volti.anni.40' e'50 .

Noi,ancora oggi
siamo quello,sfiducia,purtroppo  costretti a ragionare sempre per sottrazioni, oltre le speranze dei nostri nonni e dei nostri padri dopo le due grandi nostre ferite,le guerre mondiali.
Ecco. A questo punto 
un'altra  mia riflessione forse dolorosa più  che triste,tanto da" amarcord " 
non  si può non pensare alla
*perdita* che non possiamo perdonarci come popolo ,nazione e Stato : 
Aldo Moro.
L'unico momento,in anni così distanti dalla fine della guerra e dal Referendum,dalla nascita della Costituente,in cui siamo tornati *tutti* popolo ,che è *noi*.Italiani.

Da segnalare, nella serata televisiva, due monologhi.

Chi scrive è donna,e come tale ritiene che Paola Cortellesi abbia regalato uno dei momenti più intensi e necessari della serata, con una lettura estremamente emozionante, dedicata alle donne che ottant’anni fa hanno combattuto per la libertà di tutte le ITALIANE,noi,allora come oggi.Generose,sempre pronte a dare.

Furono spesso giovanissime, poco più che adolescenti, che unendosi alla Resistenza contro il nazifascismo, sacrificando la vita per consegnarci un Paese più libero, più giusto, più 
umano, *ci fecero* mature in una coscienza di genere, oggi.

Con la consapevolezza che il femminile sia anche idea,rivendicazione.di.diritti.
Quel monologo non si è fermato al passato, giacché "la battaglia" non è ancora finita. 
Per motivi diversi, siamo ancora partigiane che non puntano i fucili,ma i piedi ,per superare nuovi ostacoli alle nostre libertà.
Con troppe donne che oggi continuano a subire violenza, discriminazioni, paura e soprusi.
E con la parola che aleggia,ancora
 poco  detta,"patriarcato" ,da abbattere.

L'altro assolo recitato con grande maestria da Massimo Popolizio, è stato dedicato a ciò che ci ha abitato nel nostro più recente passato prossimo: il Covid.
Ospite velenoso ed indimenticabile.
Popolizio ,in un momento di rara 
intensità, è stato capace di tradurre e restituire nello spettacolo il peso collettivo di una prova che avrebbe potuto — e forse dovuto — rinsaldare il senso di appartenenza comune.

Un qualcosa,sempre da spettatrice di questo spettacolo dedicato ai Volti della Repubblica, è stato  ancora mio pensiero per riflettere : l'ombra.

L'ombra sottesa e lunga di una dipendenza
che ha complicato questi decenni, ombra che appartiene a un'altra  considerazione che ottant'anni di storia impongono, più scomoda e meno celebrata.

Parte della traiettoria italiana del secondo dopoguerra è stata segnata da una subalternità strutturale nei confronti di potenze esterne. Una,in particolare .

È buffo che noi guardiamo all'America,esattamente come l'America guarda a noi, in un tandem di invidia reciproca, attraversando 
il percorso del tempo che
passa e,reciprocamente,sottraendoci vicendevolmente tanto e precipitandoci nel peggio.
Si sono importati modelli di sviluppo, di stili di vita, logiche di gestione della cosa pubblica --non sempre migliori-- rinunciando progressivamente a elaborare una via autonoma,per cui.
Il risultato, decenni dopo, è una nazione che stenta a riconoscere la propria capacità di camminare con le proprie gambe.

Un'influenza ,quella subita da oltreoceano,che ha portato benessere materiale, è innegabile, ma che nel tempo ha modellato abitudini, scelte economiche, persino la percezione che gli italiani hanno di se stessi. 

 Eppure le risorse ci sono: culturali  umane, creative, artistiche,storiche. Forse mai abbastanza valorizzate, spesso disperse, ma presenti.

Una domanda aperta
non è sul rimpianto per un passato idealizzato,ma è 
una domanda precisa che una serata come quella andata in onda ci costringe a formulare: abbiamo davvero onorato il sacrificio di chi ha costruito questa Repubblica dal nulla, o in certi tratti fondamentali abbiamo smarrito la strada?

Quella percezione di un qualcosa che si è consumato senza fare rumore,negli ottant'anni, ci dice chi siamo diventati e quanto strada manca ancora per essere culturalmente,intellettualmente 
noi stessi, se solo ritrovassimo la lucidità di guardarci allo specchio senza sconti.

Ottant'anni, Repubblica. 
Buon compleanno atte'. E buona riflessione a me,forse a chi mi ha letto pazientemente sin qui,a tutti noi.

*_gioilan_*


lunedì 1 giugno 2026

"Biancùgina in specchi moltiplicati"

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Non so se fosse rabbia 
o felicità,quella risata urlata di mia madre,eco di un ospedale
dove ho imparato a sparire.

Joe, il mio diabetico folle, voleva
-mi voleva-
voleva
 possedere la torta proibita
e cercava di soffocarmi 
nel suo amore
con la violenza di un manrovescio
promesso ,ma mai dato,forse
esasperato 
da tutto. Ma fedele
fino all'ultimo,Joe, e oltre.

Ero il corpo  d’America, desiderato
bramato in un esasperato
desiderio comune
di possesso (!)
ma nella bara, sotto il vestito 
di Pucci,le mie mammelle
 erano solo pezzi di gomma,viti
avvitate su un silenzio finalmente 
vero
mentre io ero,sfatta.

La mia solitudine, il mio unico
 possesso, sempre era stata 
la certezza mia compagna ,che
oltre ogni mia lagna ,affogava
in un bicchiere largo.

Dimenticavo le battute,annegavo
nel panico
delle scenate sui set
ingoiavo pillole,sentivo me stessa
dentro,premeva 
come un grido strozzato
in un cuore infiammato,sempre.

Effervescente l'urlo:
«Qualcuno ha visto il mio ukulele?»
chiedevo al vuoto, mentre
rigoglioso
il mio utero 
urlava «Bambini!» per poi autodistruggersi
in un’aspirazione sterile
senza presenze di figli.
Ero uno specchio
di raggi di sole :
la gente si guardava in me 
e si amava, così mi amava 
ma io ero solo la droga del loro momento.
Non sono stata 
una stupida,bionda che gli uomini preferiscono,ho
solo cercato di disimparare a usarmi.
Sapevo che tra questa carne e questa morte
non c'è posto per l'obli o:
Oddio,io sono e sarò lei
sempre
burattina,quella che ancora adesso
biancùgina dalla tivù a notte
fonda e ride 
facendoti sorridere,Marilina.

*_gioilan_*




100 anni dalla nascita di M.Monroe
ma di lei avevo già scritto:

https://ilcatinodizinco.blogspot.com/2001/07/marilina.html?m=0


martedì 26 maggio 2026

senza, in una rara essenza di foto


--

corridoio di un ospedale
qui
la vita passa e ripassa
e c'è anche
un lavoro che resta
in testa
poi 
il sogno-bisogno che c'è 
è, ed è 
s o p r a v v i v e re .

ignorando
le regole ortografiche
della punteggiatura, l'analisi 
logica
scivola ai passi,mentre
               sono
tra ossigeno,flebo 
e persone che si sorridono -estranee- 
le regole
di questo
         t u t t o .


*_gioilan_*

venerdì 15 maggio 2026

come farfalla che tracima, gocce



--

Meravigliosa pioggerella
ai petali
-diremmo
un florilegio di moine- che non
appassiscono
nel segno
d'una tenerezza vera, pura
come questo amore
che ora sboccia, leggero tra pistilli
e trasparenze.

nel far falla se saltella
si posa
(come ali di farfalla)
tracima
goccia a goccia
e si traveste sempre, quando siamo
ancora maschera.
                              di acqua.

*_gioilan_*

martedì 12 maggio 2026

architetture esplodono là,sopra



--
geometrie
le parole più precise 
nei petali di sole
che sembra siano nati dalla
perversione del silenzio volutosi ammutolire
al vento torrido.
E' una prova delle migliori 
e delle tue più forti,natura 
che percorri
un maggio
in cui saranno intere le infanti
tenere lumache
a completare
 gli addii dove l'ombra 
fa nido,cresce
e si allarga 
sopra.

*_gioilan*_

lunedì 11 maggio 2026

Zia Filomena non a Carnevale




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che poi.
è come se
                 -mi diceva
mentre guardavo tutti
quei fili, appiccicati di farina 
ai lati della testa in festa
con quella "pettinessa" 
a trattenere i ricci-

avessimo là -dove c'è il cuore-
una rete, a forma.

con dentro coriandoli, mille.

che poi sono persone
che poi abbiamo incontrato
che poi noi raccogliamo lì
nel  mentre che
                      qui per qui, su 
questa terra, passiamo.

che poi
la rete ha un filo, un legaccio che, se
si scioglie, scarcera al vento.
e i coriandoli volano su
liberi 
sino al cervello dov'è la memoria
e ciò che tutto osserva, sa e 
ingloba, della tua
                   Storia.

pure quello che -'na volta-
solo uno, insicuro, era
sceso
e s'era fermato -in bilico-
sulla punta del naso
che facea perenne da trampolino.
bastava un soffio per
allontanarlo
con tutto
quel.suo.peso.

-lei girava la sfoglia 
ci buttava un pugno di farina
e sospirava 
alla bimba cicciottina 
che se la rimirava
alta ossuta, così nera e sempre
in gramaglia-

che poi,sai?
era
lo zio Vittorio di Staso.

Quello
con un solo occhio
cattivo, maligno se parlava,e.

(pe' l'animaccia soja)
era sempre rabbioso.

*_gioilan_*







giovedì 30 aprile 2026

caduta dalle tasche, di nubi è.



--

oggi
un sottile filo di perle
tintinna nell'aria, negli 
occhi,
tra le foglie, nei piedi.

pure come di Swarowski
minuscoli aggeggi
definiti di tempo
che circuisce
tra
succo di nubi e 
brulicare di bruchi
poi
scoppia di giallo nei pistilli
e fonde l'anima 
aggrumando
palloncini di gioia.

*_gioilan_*

mercoledì 29 aprile 2026

Nastro sul mare che cuce e racconta



--
un lungotutto
come un nastro
parallelo
al mare,da amare
questo lungomare 
sentiero
sul tenue colore commosso
dal sole-oro-quieto
ammesso che uno sguardo
possa inquadrare
uno spazio,questo.
rammendo di stupendo
nel momento che 
ci passo,filo di cielo azzurro
cuce.

le palme maestosamente
aghi
-paiono incartocciate 
da una natura 
accartocciata
e scartocciata dalle potature al tronco -
corrono in fila a linea continuata,pare che in alto si aprano insalatiere,a braccia 
verdi spioventi
dondolando, impazienti 

dicevo di
queste palme,frementi
per cui poi ridono
a certi gabbiani
desiderosi di vitamina D(i)
così,fermi sugli scogli neri
di pece .
li saluto con braccia
veloci
a spalanco,come la ti di 
_tiamo_
e questo mi piace, ridendo.
ma quelli,infastiditi
spiccano volo
come comandato,disarcionati dallo scoglio,gruppo
coordinato
verso un dove
che non si sa.




*_gioilan_*






sabato 25 aprile 2026

"Nel bocciòlo il nòcciolo àncora ancòra"


--


Nel bocciòlo amaranto pulsa cuore e il nòcciolo è nel nocciòlo
dei loro ultimi momenti.

Furono molti.

Amarono d’amore e il
contrappasso fu l'essere
slacciati dai pensieri, torturati
ammassati , fucilati , sotterrati. 
A volte.
Altre, smembrati e sciolti
su campi. 

E risbocciarono 
grano
girasoli 
papaveri e rose.

Stracci di loro ancòra, àncora
alle ossa annodate
ai fianchi delle speranze.
Pietre.

Sguardo, in ultimo allora, forse
al cielo di chi 
non vedrà più azzurro e luce
senza più vita.
Sguardo nostro, ora, che si 
restringe 
su queste minuscole
bolle cremisi di vita altra.

Il sangue: muta intensità e arde,con
l’orgoglio dolente
di queste esistenze offerte,
scegliendo
        L I B E R T À.

Piedi verdi dei rami,artigli
che riprendono linfa
nel poter respirare ora,ancora.

Pensare, ridere, vita.
Che da sempre ha un volto
nella folla delle stelle
senza tempo
cogliendo 
papaveri 
nel sole
nel suono di una 
banda che passa
nel rincorrere dei bimbi 
un pallone,o
nel salutare una donna
"Bella,ciao!" 

E' tutto.Ed oggi è àncora.
In quella parola.

*_gioilan_*


venerdì 24 aprile 2026

noi,tra urli e sussurri,Ulisse ed Enea

--
troppo coinvolta
dal clamore delle rondini sull'azzurra grondaia che 
pare rincorrersi con loro

la mezzaluna 

ride a labbra socchiuse
e tutta la chiara armonia
delle prime stelle 
eclissa 
gli stridii
nell’immagine 
di queste frecce a
ruzzolare tra cirri che furono.
          
                    cremisi
 labbra dolenti o vele spiegate
da Enea con le navi incagliate
mentre
quell'altro travaglia
in migliaia di giri e canti di sirene 
dispettose e a notte s'attovaglia
con pensieri
su Penelope,Ulisse.

Sopra, un mare lieto
e tutta quella lamentazione 
delle onde
ricomposte nella schiuma di
"ti amo" urlati, intanto che
nei campi arati del padre di 
Lavinia
o
sulla strada, sui grigi 
marciapiedi, si sentano
-ma sussurri- nella segreta intimità 
del cuore,noi.

in noce a metà,in cui
issata su stecchino
bandiera fogliolina
di qualcosa,veleggiamo.
noi.

nella luna a barchetta
e tutto ciò  
che precede 
d'ogni termine, i pensieri.

*_gioilan_*

sabato 18 aprile 2026

Vita in vene e battiti di umido


--


si accuccia un po' 
apostrofo di umido
nuota in corolla
a coppa
e
se alzi gli occhi senti 
che  su
         la'
imbalbetta
la rondine.
scende
si rialza e vola
sublime 
principio di traguardi
giocosi.

storpie chiome 
biascicano
poi urlano e per un
lampo si bloccano.

                        è che
il vento suona la tromba
più in alto che può 
nell'osteria
           -a tratti assolata-
tra enormi tini di nubi
dove consumi
un rosso pastoso,ingegnoso oltre di ore
scivolate.

fioriscono sulla gamba
vene blu
canali sommersi
di vita
che chiamano
sorrisi.
questo è.


*_gioilan_*


giovedì 9 aprile 2026

Calla in candido volume sboccia



--


come si svòltola
e schiude
panno candido intorno
al giallo
che dal fondo
-in silenzio-
si sbroglia ed esce per salvarsi
tenero e grandioso,anima
inquieta,vaporoso 
come
cirro.

s'inselva
nell'erba.

*_gioilan_*

lunedì 6 aprile 2026

del lunedì,giornata di festa e sole

--


l'angelo del lunedì dell'angelo
si spiumacchia
              -annoiato-
il messaggio lieto
-come ogni anno -
è stato dato, il compito è finito
dopo l'annuncio alle
pie
gli piacerebbe fumarsi
una siga
retta
via 
di quelle che corrono.

piume che scendono
sulla
carovana silenziosa che
incomincia a salire,formiche
nel corpo di tufo
che è il palazzo
tra lo spacco
di questo cielo cilestrino
per il lunedì , suo.

le storie del sangue
sbiadiscono
nei
Messali 
-avevano messo radici
 nei raggi di una luna
a focaccia di Pasqua
sazia 
e assetata  -adesso-  di gioia
dopo il viola 
nei paramenti
 dei giorni,i sali brancolati,tra
parole antiche,rosari,veli neri
sotto
la coltre scura delle nubi,a piangere - .

Oggi spazia con lo sguardo :
erbetta tenera e 
menta selvatica
prime rondini ridanciane
nella folata 
di vento
e
campanelle bianche di
mughetti
che fingono  -o forse no-
suonano 
qualcosa
di tenero.


(gli piacerebbe un pezzetto
 di cioccolata)



*_gioilan*_
 

domenica 5 aprile 2026

"Memoriale di luce, stanotte fu" —


--
dapprima è 
un
    asterisco di luce
poi  
esplode
dove  
rotola
un masso

e
scoppia di
faville
un angelo dal cielo
vestito di lucore

              a notte stanotte è notte
                 di fuoco
           che divampa 

 nel boato
del passaggio  
dalla morte alla vita 
                  intorno
splende 
come giorno

cantano gli stessi angeli
che annunciarono ai pastori :

"sono state vinte le tenebre del mondo ".

ammattina già:

"Salute a voi,donne che 
avete fiducia,non abbiate paura" 

la mano tesa
da prendere
stringere
baciare, portare alla fronte .

fa male :
la mano ha un
foro 
cui trapassa
luce.
fa bene :
è qui ,e Lui è reale.

E sorrideva a noi.

"In Galilea mi vedranno 
tutti gli altri"

*_gioilan_*

sabato 4 aprile 2026

Lauda è, di Veronica non madre.


--

Uscivo per il mercato
ma la folla, spingeva.
Tre uomini andavano
al macello del supplizio .

Uno lo conoscevo,Lui che trascinando il
suo legno
era caduto nella polvere
e nel fango,io conoscevo.

Ho perso 
sangue 
sangue sangue
per anni
senza freno.
Lui 
con parole di luce,mi
aveva guarito
ma ora, a me dinnanzi 
era solo 
carne aperta.
 
Gli vedo le spine
il rosso che scende,
gli chiude gli occhi
cola
dalla fronte fuor di vena.

Non so se fu il mio
solito stiletto in cuore
pensiero
d'esser mai stata madre
di Lui -che forse
ce l'aveva ancora
una Madre 
chissà dove-,trovai
coraggio ,mi mossi 
tra le armature.

Lo straccio
candido
che ogni giorno
porto
come copricapo
ho
poggiato
per pietà 
su quel volto martoriato e
stanco
io,
ho tolto il mio velo
ma 
non ho strofinato.

Ho solo voluto
o
fosse un attimo
di fresco 
o
di cura
senza parole che non so mai avere
-e poi che gli vuoi dire?-

L’ho appoggiato
come un sudario,un
un bacio  di stoffa
su sangue e polvere poi fango guadagnato nella caduta.

Dopo
occhio suo
in
occhio mio
come in un lunghissimo
tempo di un soffio,mi
ha rapito di
pace.

Il soldato mi ha urtata :
"Via, donna! O sarai malcapitata!"

Sono tornata
nell'ombra,col
mio cencio stretto prima
al petto, io. dopo
l'ho appeso 
alla cinta,sul fianco
sinistro
perché sull'altro
avevo un cesto
di pani.

di poi
a casa,decisa 
a lavare l'orrore
di quel
colore

-nel mentre il cielo
s'era fatto buio

il tuono
con lo scrosciare 
immediata pioggia 
il terremoto che 
scosse 
ogni muro-

in catino
aspersi 
di brocca il liquido chiaro 
e,con 
lavoro di fino
-pensai- , avrei quella stoffa
per sempre
ripulito.

Ma dallo straccio
il cremisi
non cedeva al candore :
l'acqua restava limpida
e
svolgendo la tela
come una pergamena
il sangue
restava 
rappreso  Volto.

Lui è lì e
mi guarda,
per un breve tempo,figlio.
Mio.
Ogni volta. io cerco
il suo volto e
guarda con amore Veronica ,questa 
che 
non è sua 
Madre ,ma 
lo ha voluto figlio ,mentre 
si trascinava
solo,senza alcun
conforto,un
gesto breve,appiglio.


*_gioilan_*





venerdì 3 aprile 2026

E' Gesù,liturgia della stanchezza.



--

l'occhio 
quasi tondo 
bianco 
è la luna 

in alto appare
a stracciare la notte di luce
mentre mi conducono e
vado
come
al guinzaglio,loro cane.

un ultimo saluto, tutto mio mondo,vita mia.

strada confusa ,rumori
tra urla e calzari su
pietre.
poco dopo
nel Sinedrio c'è l' aroma
acre degli incensi 
misti al livore di leggi scritte 
col fiele.

il peso di ciò che so,si
compie lentamente

la profezia 
che mi preme sulle tempie
più delle spine che ora scavano il solco
mi è compagna.

tra gli ulivi, mentre il sudore 
tramutava in sangue, l’Angelo
portava ali 
e
il sussurro di ghiaccio che
il calice non sarebbe passato.

mi sento ancora quel 
terrore addosso,quella 
solitudine, che.

su questa via, adesso
vedo Mia Madre, 
i suoi occhi sono infilati 
nei miei,per dirmi.
TUTTO.


Madre di ogni dolore
Madre da oggi 
di quelli che 
ti chiameranno
MADRE 
in ogni loro 
ora
chiedendoti VICINA
MADRE
mi hai insegnato
la parola
Si.

E voi, pie donne,arcipelago
di panni scuri,isole
di pietà nel mare del mio fango.

Siete voi che
misurate il mondo dal ventre,voi
che sapete
il peso di ogni carne che nasce
e il freddo di quella che si spegne.

Non è pianto il vostro, è il ricamo del sangue
terso con lo straccio bianco della compassione
in ogni volta che siete
Veronica.

Un uomo
-Simone- cui hanno imposto
di essermi
accanto, poi .

nello sguardo ha calore
d'amico che sorregge,una
piccola porzione
di amore.

qualche sputo.folla.

sono stanco di questo,io.
tutto questo.Padre
dammi segno che  
sei con me.

ho sguardo ma non cerco
la via,il cielo
indaco è lassù 
il Padre 
che tace
dietro il velo del tempio
mi ha 
abbandonato.

L'occhio
quasi tondo, bianco in alto, adesso
 è il sole
che scandisce come ha scandito 
la luna 
             queste ore 
che diranno nei secoli
di Passione.
Astro che è vita
nel rimpianto di chi muore.

*_gioilan_*



mercoledì 1 aprile 2026

io sono l'uomo che non si dà pace


--
Giuda che sono
un Giuda che sarò per sempre
nei secoli dei secoli
a mille

eppure io sono
solo
io
che ho tradito il mio
Maestro, che è un amico
e mi ha chiamato
A M I C O
io che ho tradito 
il mio Signore
che non avevo capito

nella corsa mi fermo
abbraccio i rovi
mi ferisco ed è 
poco
pure se
in tutto questo
mi contrisco
e urlo
ai corvi,ai rapaci
al cielo,nero
colore del rancore
del terrore del
dolore

le ore passano
e tu Signore sei
sarai nelle mani 
degli sgherri

non è abbastanza strapparmi
i capelli 
cercarmi pietre appuntite
da infilzare nelle carni
scolpite 
del fiele che 
trasudo
io che ignudo sono
VERME come verme
e mi percuoto
di corda 
che stringeva vesti

stracciate vesti
con uno sputo
lanciati i trenta
denari
lontano ci provo e 
ti chiamo

Mio Dio mioDio
perché ti ho abbandonato ?

io che non sono degno
e mai più 
lo sarò 
di essere amato.

Amico ,sappi che
ho paura di me ,
di Te,o Padre del Figlio tuo tradito

l'albero
che si , mi attende
la corda che annodo
salgo sul macigno
 scalcio

Ora che io traligno
preferisco
un
non ci sarò più

al dolere a vita 
per le parole
io ti HO TRADITO
Signore e AMICO.

*_gioilan_*








"il metalomai del fratello Giuda"


--
c'è una fessura breve in cui
Dio prova a rientrarci
dentro: è la Speranza 
oltre ogni tradimento
ricevuto da chi amiamo e
anche da noi, che gli siamo figli.

Giuda è l'unico
a non chiamare Gesù "Signore" che vuol dire Vita,ma Rabbì.

In una parola, c'è la distanza :
chiamarlo Maestro parla di una vita senza amicizia,di ruolo di subalternità. Chi insegna
dottrine è esterno a te,da ascoltare,si. Dopo, puoi andare via. 

Forse ,in questo giovane uomo
al seguito del suo Rabbì ,c'è bisogno di  avanzare verso una condizione migliore e generosità ,nella fiducia di migliorare la propria terra,il proprio popolo,con il cuore che scoppia di proponimenti
e vuole un mondo nuovo.

Non sappiamo se questo ragazzone fosse ingenuo,forse sognatore,si.
Un visionario 
che costruiva speranza di un futuro di libertà,in un mondo in cui il nutrire certi progetti poteva essere fantasticheria irrealizzabile.

La morte di Gesù è un pensiero che lui non si era 
posto,anzi.Tante volte l'impulso è già quella leggerezza che non pondera e può uccidere, lui,di per certo
non desiderava la morte del suo Maestro.

Non.Aveva.Mai.Pensato.Potesse succedere.
Lo seguiva perché era un Giusto.
Gli piaceva ascoltarlo,sciogliersi i calzari con lui e precipitare i piedi in acqua dopo un lungo tragitto,bere 
vino e danzare e cantare.
Pregare.
Riflettere sulle Scritture.Come solo lui faceva venire voglia di fare.

Il maestro ideale.
Chissà che non 
sperasse di forzargli la mano per spingerlo a manifestarsi come Messia.
Non più solo insegnante. Ma guerriero e liberatore politico in una lotta strenua contro Roma.

Un "obolo"  ci poteva stare .Per tutto il gruppo dei confratelli ,come lui alla scuola del Rabbì,e solo affinché Gesù incontrasse 
il Sinedrio, non era che un passaggio,un accordo stabilito per dialogare,discutere,con chi 
gli aveva spiegato che non voleva attriti,ma certezze.

Anche se.

È vero,si. Poteva essere pericoloso.Ma gli avevano assicurato.
Nessun rischio per un confronto.

Fu poi un disobbedire a SimonPietro ed a tutti , indicarlo .Da un po' "La Roccia" 
 dispensava regole, e fu con un abbraccio.E un bacio , misurando l'infinito con 30 monete,illuso da un guadagno ,a consegnarlo.


Il termine, da ripetersi
con le mani sulla faccia,a prendersela per cercarsi 
e incominciare a capire ciò che,al contrario
del suo fantasticare 
era irrimediabilmente reale ,
fu
TRADIMENTO.

Glielo.
Avevano.
Urlato:
               TRADITORE
mentre sguainavano spade e cadeva un orecchio ,tra urla e fiaccole,gente che scappava,Lui che veniva preso e legato
senza opporsi.

Se volti le spalle a qualcuno,poi
 capisci ,ti metti a nudo con te stesso,vorresti non.

Vorresti non fosse successo,per colpa tua.

Raccogliersi il sale,nelle mani a sacchetto sul volto.
Il sale del proprio sudore,in questo affanno dopo aver corso,
lontano da se stesso
ed essere se stesso con altro sale sparso,lacrime.
Tra le dita lorde. Fu ciò che gli
successe quasi immediatamente.

Giuda, adesso è 
smarrito, non sa come rimediare
questa condizione umana di disagio
che gli sale nell'animo e
che lo turba , gli
 fa torcere le mani,prendersi i capelli e strapparli : la 
disperazione.

Valuta tutti i contro del suo comportamento 
inappellabile , e questo senso di vuoto caldo, che parte dallo stomaco e stritola il cuore , è 
l' angoscia.

Il dolore mette radici nel terrore,quando Giuda ha dato un nome al proprio mal fatto, incomincia a ricordare il suo rapporto personale di quotidianità ,con il suo Rabbì che,adesso forse capisce, è il Signore.
Il Messia promesso nelle profezie  e giunto,ma non per battagliare.

Il povero giovane comprende,cambia idea e ciò che ha a cuore nel suo provar rimorso, è la salvezza di questo 
amico che più che un Rabbì,gli è parso un agnello . Da sacrificio.
Che
gli ha chiesto ,quasi con ironia:

"Amico, per questo sei qui!?". 

Con un tono  che non era di condanna,piuttosto
di misericordia.
Pur consapevole dell'infedeltà 
lo ha chiamato :
AMICO.

Quindi,lo hanno
trascinato via.

Il dispiacere di Giuda  ha un nome antico e greco,  metamelomai , che scuce e ricuce il senso esatto del rimorso : 
è il rimpianto che rode, rosicchia, topo
 nero e lento,
l'animo di un ramo rigoglioso caduto in terra.

L'uomo
non sa che si sta chiudendo in se stesso. Il rimorso diventa un "mostro" che lo isola: non vede più Gesù come Salvatore, ma solo come la vittima del proprio crimine.

Deve provare a far qualcosa: il giovane sognatore dai grandi ideali
ha in tasca ciò che non è ideali ma prezzo,di sangue. E ci prova. 
Si reca dove può - lui crede- 
rimediare, va'.

A restituire i 30 denari.
A parlare,a chiedere ancora,anche a supplicare.

I sommi sacerdoti hanno il ghiaccio che stritola il cuore in un pugno ,negli atti,nelle parole e la replica   
è gelida:
 "A noi che importa?" 

E il negoziatore Giuda, capisce di essere stato usato e scartato. 
È forse come lo sputo che gli
riservano, lanciato 
via  per terra,che esprime dispregio
ed ingiuria

Quindi è disprezzato anche da chi lo ha pagato.

Non può  più far parte dei Dodici.

La perdita totale di appartenenza, la perdita del senso di famiglia, i bisogni del cuore — sarà il macigno. 
Anche per il suo orgoglio ferito, il peggior nemico che potesse avere.

Il rimorso ti aiuta a ripeterti quello che hai fatto,accusato e criminale
nella prigione 
della responsabilità senz' appello.

Il traditore che
prova vergogna,si sente povero contando ancora quel patrimonio che sono i suoi trenta denari.
Presume che per lui uomo,
mai altro uomo potrà provare qualcosa di meno velenoso del ribrezzo.

Ed  è ad indicarsi 
come sleale,infido,solo,senza mai più un amico,un fratello.
Per sempre.
In ogni secolo,il suo nome sarà 
quello di un traditore.
Un Giuda,Traditore.

Nel sentirsi colpevole, lui non immagina di essere uno strumento del Padre ,non sa che può ancora scegliere, può trovare fessura in sé,scavare e fare polvere di tutto il.suo.inenarrabile .dolore per sperare e
chiedere perdono.

Ad un certo punto trova in se stesso il peggio e cioè il bisogno di essersi colpevole per sempre ,da punire.

In sempre che lo perseguitera'
e potrebbe essere infinito.
Anzi,no.
Meglio di no.

Non regge allo sconforto e 
diventa carnefice di se stesso.
Con ogni pensiero,urlando,piangendo,
correndo lontano da tutti,da tutto.

Dopo aver venduto il Signore
decide che non gli rimane altra strada, per uscire da questo sua morsa come di ferro, da questo rimorso feroce,
che gli divora ogni cosa, ogni parola, ogni dirsi uomo meritorio
di serenità.

Infine,in questa solitudine
ASSOLUTA
che è il freddo che paralizza,il
muro invalicabile,
l'aggirarsi nel buio del cuore
tutto sfocia.

Come in un'acqua
in cui cercare la conclusione
affogandosi tra marosi 
e
tutto ciò 
gli rende la morte unica via d'uscita percepibile. 
la fine di tutto.

Proprio per lui che sa che l'irreparabile è compiuto, il suicidio diventa l'unico modo per mettere a tacere l'angoscia di un'esistenza che percepisce come definitivamente sporca.

E Giuda

rinuncia a vivere.
Non prova ad allargare la fessura
per far spazio al Padre,per riabbracciare Gesù.

Il giovane uomo sognatore
diventa frutto di un albero 
che porterà per sempre il suo nome.

La "fessura" è il bisogno che abbiamo di Dio che non "entra" per i nostri errori, ma usa proprio quelli come
 porta d'ingresso : è lì che siamo umili e pronti ad accoglierlo.

Giuda,fratello.
Adesso .C'è un piccolo spazio anche per te e per il tuo
tormento lontano di secoli.


*_gioilan_*


martedì 31 marzo 2026

Cingersi i fianchi, gesto di chi parte



--
«Si *_cinse_* attorno» — 
Gv 13,4

Nella Bibbia *cingersi* i fianchi è il gesto di chi sta per partire, di chi compie un esodo verso la libertà.

Ma Gesù, nell'ora del suo passaggio, si cinge per chinarsi. Trasforma il gesto di chi parte nel gesto di chi serve.

Simone ,l'amico fraterno, la *ROCCIA* si ribella: non accetta un Signore che si abbassa così. La sua resistenza è fraterna, disperata, piena d'amore — eppure sbagliata.

E Gesù gli risponde con una delle frasi più severe del Vangelo:
«Se non ti laverò, non avrai parte con me.»

La Pasqua non è qualcosa che Gesù fa *per* noi senza di noi.
È qualcosa da vivere *con* Lui — lasciandoci amare fino in fondo,
proprio lì dove ci vergogniamo di più. 

*_gioilan_*

lunedì 30 marzo 2026

Il Ritorno (Sotto l'ombra del Legno)


--

(Monologo di Maria Maddalena)

<<
Guardala bene, Giovanni.
È rimasta lì, colonna di sale nel fango,
mentre il martello batteva sordo e il mondo spariva.
Ti ricordi il romano? Quel ragazzo in armatura che chiedeva chi fossero e perché volessero avvicinarsi?
"È sua Madre", disse qualcuno.
Lui annuì guardandoli.
E lei lo guardò — lei, con tutto quel dolore addosso — e lo chiamò "figlio" .
La Madre ha aperto un varco di luce in questo inferno di ferro,che entra nella carne, di colpi, di soldataglia.

Ma ora il cielo è un muro grigio e pare indifferente a tutto.
Le sue ginocchia sono affondate nella terra umida,
i suoi calzari sono carichi della polvere di tutta la salita,del sangue che lei vorrebbe raccogliere tra le dita
per restituirlo a Lui, per fermare l'eterno addio.

Madre, ascoltami.
Io sono la giovane di Magdala,peccatrice
e sorella sua,ho
visto la tua schiena dritta sotto il peso del supplizio
che i tuoi occhi assorbivano.
Hai baciato il legno ruvido,
hai sentito le Sue piaghe dopo ogni caduta,con
l'acqua amara di lacrime che non finiscono.

Basta, Maria.

Non guardare più quei fori nel legno,da
 lì è uscita la vita e intorno è rimasto il buio.
Lui ti ha guardata. Ti ha affidata a Giovanni.
A noi.
Non lasciarti morire in questo venerdì di sangue. >>

(Maddalena le prende la mano, stringendola forte)

<<
Ti ricordi quando mi hai teso la mano davanti alle lance?
Il Centurione chiedeva chi fossi per farmi avvicinare, se fossi una di famiglia.
Mi hai fatta tua figlia davanti al mondo, nella polvere del Golgota.
E hai risposto, di questa sconosciuta, che sì. Lo ero.
Ora tocca a me.
Maria che ti è sorella per suo marito Cleofa, che fu fratello di tuo marito, ti sorregge.
Giovanni cerca con le mani le mani tue.
Io sono giovane, Madre, e le mie braccia sono salde:
lascia che siano la tua forza per quest'ultimo tratto.
Vieni via da questa collina.
Il vento è acre e l'odore della morte ci toglie il fiato.
Facciamo questi passi, insieme.
Le lacrime lo hanno lavato, lo abbiamo ricomposto in un telo, lo portano al Sepolcro.
L'urgenza delle ore che trascorrono in questo sabato chiede che Lui sia presto al chiuso.
E noi.
Andiamo, al coperto.
In un posto che Giovanni indica, che non è casa ma lo sarà perché siamo insieme, nel nostro dolore.>>

(Pausa. Poi, piano, si volta.)

*_gioilan*_



mercoledì 25 marzo 2026

il cos'è. del variare a primavera.



--
è 
per scolpire che torna e
sorge, mutato
di ogni fibra, il germoglio.
ricuce verde
su spoglie rinsecchite
scartavetrate
dal freddo e
tira, il filo della vita.
La
linfa di partenza si trova
in smeraldo accogliere
di albe acerbe, tra
inaudite
brezze di sospiri  tepidi
stenta.
su un mondo
come trasparente
negli affanni, scioglie
goccia a goccia e corre
a ciò
che hanno trovato di ghiaccio
spini e rovi irrigiditi.
Schiudersi, tregua e rifioritura
io vedo
in un fine che è un principiare.
I boccioli
come corolle
emergono dal brulicare
che si allarga
per passione, teneri.
Tracciano appena il segno
che resterà mistero e
ogni cosa che 
s'infiora, fiora.
Perché
si avverte vibrante
nella trepida corsa del rivivere
nel fragore che libera
nella delicatezza
                                tutto
 dal gelo.
Primavera.
è qui.


*_gioilan_*

sabato 21 marzo 2026

francesco, esposto oltre giorno e notte


--

Un sottile filo di perle grezze
tintinna nell'aria, tra i piedi, negli occhi
e ho un contrasto
d'opinioni
nelle tasche ,adesso.

_francesco_

è passata la notte gelida
mentr'ero seduto
a vivere la vita in cui
non ho mai avuto
acume, parola, talento, gesto,e
-ciò che è peggio-
l'eloquio che scalda
il cuore di chi ascolta
e intende,mentre 
nel sogno,parlo 
come viene e dico cose 
che so non dire di giorno ,ma 
dico comunque,pensando
che potrei .

cio' che so è,che sono
ciò che ho sognato respirando
nelle intercapedini di me,al buio.a volte sospirando,tante altre 
ridendo.

*_gioilan*_

domenica 8 marzo 2026

auguri in giallo a tutte voi, sorelle!


--
di giallo, è. 
oggi.

tra finestre  
con persiane chiuse
altre 
prigioniere
in gabbie tormentate
nascoste da cancelli
lanceolati
altre 
a spalanco
dai vetri che riflettono
il cielo

di noi donne

tra esplosione di
mimosa e
panni stesi
che sono , che siamo
lavoro comune
e pensiero quotidiano. 

*_gioilan_*

auguri a tutte voi, sorelle.




domenica 1 marzo 2026

questo marzo,l'incertezza nei passi


--

dipinto che scrivo
in un solco
astratto
che sottrae
il tempo
di tracce, gli occhi 
s'infossano
nella 
vestaglia di un velluto 
arido,sperando un tuo
ritorno,andando
negli stivali
di un tramonto
che ruota 
cirri.

cucendo un panno bruciato
s'intrama 
filo a filo 
incertezza : un tutto
privo di ipotesi si disgrega
ancora.
sabbia
che tracima
su passi rossi 
e spazi abbandonati
in attraverso,fa
sentiero.

c'è una morìa di
progetti disfatti
in un megafono
che ho riposto spento.
incomincia
questo marzo.

*_gioilan_*

sabato 28 febbraio 2026

A mattina ed a sera, a inizio e fine


--


Minuzzoli di sole
in corolle aureolate di giallo,ma
non si ha senso d’intendere
se vieni, se cerchi e non t'involi ma ridi,se stai.

Tu ci sei. Ed è meraviglia quieta.

Ti conosco e so e non
ti vedo,tu
sfogli trasparenze e 
cogli ogni sospiro,ogni 
sbiancare di cobalto che anima
le ciglia incerte, l’inerzia 
delle mani che altrimenti
intreccerebbero
mete di orizzonti
decisi all’alba
che è.      
— se ti capita —
il rosa tenue di un mattino appena.

E indaghi. 

Indistinta nell'assenza, folle 
di silenzio, setacci l'inspiegabile
in come si sposta, lento, poi.
il tramonto.
da navigare in anse
a gomito,placide 
di stelle ridanciane,a 
sera,di altra luce : minuzzoli.

*_gioilan*_


giovedì 26 febbraio 2026

felice compleanno in un soffio


--
felice compleanno felice
per correggermi i 
ricordi
anche 
alzo i sussurri
che alti al nuovo 
indirizzo 
-recapitati auguri-
ti soffiano
candeline di stelle
a filo
da sotto
su 
-queste mie radici artritiche-
e al cielo
schioccano
baci alitati
dalle dita.
guardandoti sorridendo
da tale altro mondo
che ti 
porta nel cuore
questo qui 
è poco , ma ancora tutta tua
vita.

*_gioilan_*




giovedì 19 febbraio 2026

febbraio e ragnatele di ghiaccio



--
per prendermi in possesso
questo febbraio stanco
un breve aiuto
ispira,tra 
coriandoli oramai marci
e mercoledì 
superati nelle ceneri sparse
con
uno spicchio di 
arancia
tra  le nuvole.

Un guanto di lana
radicalmente
spaiato
è in abbandono
su una ringhiera arrugginita :
trattiene tra le maglie 
una ragnatela 
ghiacciata in amore
con l' inverno.

attività nel compimento
del ricamo
del cielo in una pozza,un
sassolino
che schizza beatitudine,vi
sosta.

rifiuta di camminare
pula d'avanzo, sparsa 
da sacco
che il vento disperde 
 in uno spazio di polvere
acidula,deserto di presenze
al gelo.

un colombo grigio pillucca
una mollica persa nell’umore infinito
della strada :
il vero tesoro
è seguire un breve attimo 
che è sguardo.
(prima di grafemi )


*_gioilan_*









mercoledì 18 febbraio 2026

Polvere. di Radici -su piattino-

--

Non cerco lampi per asciugare
 un pianto,né rovine per sfamare
un ventre che d’argilla
sputa veleno,non
m’incorono di spine
per sentirmi divinità,ma resto radice intricata,abbarbicata
al mondo di sotto,umile ombra in un 
mantello.

Se tu incidi la tenebra 
con un bagliore da zolfino
mi inchino
cercando l'oro nel sapore dell'oblio,siedo
nel grigio, metallo che non 
muta,dove il bene e il male
hanno il peso di una foglia
rinsecchita, caduta e
adesso polvere di cenere,muta.

Non splenda l’anello, non sia prodigio: preferisco 
un ritorno,a passo sghembo che arretra
verso il fango di un giorno
che di dubbi esploda.

Nessuna luce
immobile,nessun miele 
contro tosse canina:
solo il pane 
di questo tempo,senza più 
profeti,senza anestesia
per una nuova mattina.

*_gioilan_*

sabato 14 febbraio 2026

ma è proprio il ritrovarlo,un ricordo.


--

mi porto
come del porto l'acqua
di madre
a specchio
in occhio.

lacrima
per uno steccato
di memorie lanceolate
                      incastrate
tra baci lanciati con soffi
al passaggio del treno
in campagna
—bimbasaluto con il braccio sono—
e domande : 
viaggerò, chissà.

le gomme masticate
salvate appiccicate
saranno sospirate
nella finestra stretta 
— quasi una feritoia —
da cui 
qualcosa di germinale
perforerà l'eterno di un 
"non si sa che sarà." 

forse falliti amori
con la firma
del pasticcio universale
impiallacciato in tempi altri
ad ora
graffiato dal rancore
in una lettera riletta
che esprimeva piano, un peso
ed una icona in sospeso.

aver paura di dirsi che ci fu un richiamo
senza eco
sputando amaro
definì i miei spazi
di oggi
da vecchia senza speranze più.

stamane 
respiro perduti e lontani 
dubbi, marosi su scoglio.
che si scioglie
d'una nuvola azzurra
mentre s'allunga 
e s'appresta
a stropicciare le sue dita lunghe
dentro il mare.

intanto è già
quando
la marea sale sporca di sale e
                risale luna che si, porto 
con me
stupita
di saperla ancora dei poeti.

sorrido di rado e se. alla fine
rido.

*_gioilan_*

giovedì 12 febbraio 2026

rischiarare un muro, se circonflesso.

--

tagliando ansie,rugliando
paure,trovarmi.
e scoprirmi a seguire,come ombra appena 
suggerita 
alla luce, è.
un tremore 
che perseguo,vintamente.
simile 
ad un vento orientale
che squarcia una quercia.

Sentitamente
l'arsa vittoria del dolore
sulle mie allegrie,alle
parrucche 
che colleziono,
intreccia perline e filo d'argento
in trecce :
prendo nota e
se possibile, sciolgo un sorriso
al giovedì grasso
poi
pago pegno in leggerezza
con l'intento  -suscitato e visitato-
di salvarmi.

cambierò taglio,senza intrecci
affinché 
qualche tratto grafitato
su muro,in fine settimana ,se la
rida. 

a questi 
-sperticati
in allegria-  coriandoli 
io sospiro
dopo aver soffiato al 
loro volo 
sparso,in una direzione 
senza confini.


*_gioilan_*

sabato 7 febbraio 2026

agguantare il cielo in solo un momento


--

di pietra.
alla meta filosofale
miele di pace
nella malattia, il
fumo 
-senza respiro-
da un camino,non ho visto.

vino che scorre
sfuggendo 
da un tino immobile, colato
per un esegeta
che mostra indica e dimostra
al sommelier
una nebulosa incisa in tenebra (bagliore).

ore di sterile noia in
garconniere, scappatoia
truccata
che sopra un aprirsi di assi
nei frantoi della luce -computando-
ti ripassi 
un po' il tempo
andando di
vuota clessidra
a rigirare.

ti spegni e ti esponi
ranicchiato
in androni
quando
si gioca a picche senza denari.

dalle pozze
 -se risali
su una sedia
abbarbicandoti ad un cielo-
ricetta 
che nutre il sentimento
è 
che poi
ti stacchi in
un volo, sparendo.


*_gioilan_*

martedì 3 febbraio 2026

resisti che passa,fragile impronta


--

se inclino.
il ginocchio
 a fragili mosse
la tosse in un contesto
di ossa,follia.
resta mia ,in
un dispregio di resa
la presa al bastone d'accompagno e
mi lagno di 
tarocchi e presagi
scritti nei passi.
nervi tendini e arti
dipinti
in passato
da Leonardo.
occhi tristi
ti dici e mi dici 
"resisti" 
a doverti il bene
-meglio 
se pensato-
respira,prendi
fiato. che passa.
nei motivi e per ragione
diventa 
impronta che lasci
-forse,assoluzione-

*_gioilan_*

lunedì 2 febbraio 2026

una fanciulla nel gelo che chiude


--
la luce meridiana
pare un sogno obliquo
sventrato
da carcasse di palme
intristite

con perline 
nelle dita 
di nebbia
che si alza e abbassa
in un raschio di cielo
garza sulla chiesa

sotto
il getto della fontana
la strana fanciulla
immota è rivestita
da un muschio velluto
color di 
speranza

nel gelo 
gli occhi,la punta del naso
e si
starnuta
ridendo alla perseveranza del trenino solitario
inabitato
guidato
fino al ritaglio del mare
tra le griglie 
della balconata che frana

è questo,in un breve attimo
di respiro 
che ha momento proprio e
aspiro,espiro .
stiro una foglia tra le dita.



*_gioilan_*





mercoledì 28 gennaio 2026

si media oltre la precarietà intima(scripta)


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Il mio modo giusto di lavorare su uno scritto: lasciare sedimentare, tornare con occhi freschi a leggere.

Tempo,ci vuole.Tempo.

Il silenzio è violenta solitudine. Si tenta allora di mediare oltre la precarietà di una traiettoria emotiva , non verso una storia, ma dentro le emozioni soffiate sulle dita come cenere calda.

Il vocabolario si fa audace, le immagini si stratificano.
Si cerca una bellezza decadente, una resilienza intima che regga il peso di ciò che si vuole dire senza dirlo tutto.

Ci si abissa, a volte, nel dubbio.

 Poi arriva la felicità totale: quella comunione tra sentire e mettere per iscritto, limando, arrotando i termini fino a farli combaciare.

V'e' un'altra forma di amore, verso uno scritto sfociato dal proprio sentire in cui velare è necessario: svelare troppo vuol dire offrirsi troppo, e non è sempre utile.

Uno scritto consegnato alla lettura altrui viene fatto proprio dal lettore. Questi lo sgradirà se non è vicino al proprio interpretare, al proprio gusto.

 Paradossale ma vero: piace ciò che riconosciamo come parte di noi.
Per questo il valore della critica — in positivo come in negativo — è assoluto. Fa crescere non solo l'attività artigianale, ma la propria cognizione di sé, mentre si vanga nel terreno dello scrivere.

Tante volte, sapere d'esser stati
considerati
è come tenere tra le dita un soffione e alitarvi su e sorridendo
percepire la libertà 
nella leggerezza 
di quel volo innanzi ai propri occhi. 

*_gioilan_*

martedì 27 gennaio 2026

Spartito sordo per un’ombra sola

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mio,qui. esserci. come randagio 
sotto pioggia,sviolinare
a denti stretti
un falso d’autore ad accompagnare
fagotti 
costretti,
                 costretto pur io.

un'unghia scellerata
pizzica le corde.

tortura è chiedersi
in un dedicato respiro
che sarà-quando sarà- dove sarà 
di me.

E  tale rapsodia d’ortica
spezzata in gola
nutre quest'anima,nelle sensazioni
d'un istante,suonando
con le orecchie appoggiate sulle frasi prive di senso certo, comandate 
con rabbia concitata
nell'urgenza.

io,qui.
ce la posso fare,a suonare
il "Wiener Waltz" .

Nella tempesta notturna
del mio giorno,fino alla fine 
di ogni giorno e 
di più, ti attendo, amore 
mio perso
chissà dove,in un 
vuoto lentissimo
di passi.

senza più un corpo, sei tu.

cerchi di sigarette al cianuro
sputati da un forno

alto
alto
alto

g r i g i o

nella lentezza di un attracco
alla volta del cielo.

Sei qui!
ma ancora lontana, amor mio.

porti il tuono di una  folla
silenziosa,rassegnata,dolorosa.
osservata giungere
ed ingrossare.

nel mio sudore di paure
echi di urla -solo dentro-.

Ritorni,ridi,sorridi,mi abbracci 
mentre suono
e mi estraneo,qui.
tra
un milione di aliti impauriti
ed un chiarore tenue 
per i frammenti di questo freddo 
che gela, che toglie il senso alle cose.

sei qui.

Nel mio vuoto denso, sei il fatto che annebbia schiarendo 
la mia certezza,sei con me.

Ogni volta che ti sento ,l'iride
che si bagna
e quel che ho letto,arrivando :

"il lavoro rende liberi" 

scioglie
in veleno 
anche il mio suonare.
  (che diviene tumultuoso)

disperato
cercarti,cercarmi.

Questo è Auschwitz,amore.


*_gioilan_*



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Note a margine :

Lo scritto  trae ispirazione dalla tragica realtà delle "Lagerkapellen" , le orchestre dei campi di sterminio. I musicisti prigionieri erano costretti a suonare marce e valzer per scandire il ritmo del lavoro forzato o per coprire le urla durante le selezioni dei deportati verso le camere a gas, trasformando l'arte in un estremo strumento di tortura e alienazione.

I "cerchi al cianuro" e il "veleno" che scioglie il suono, fanno riferimento allo "Zyklon B" , l'agente tossico utilizzato nei dispositivi di sterminio di massa ad Auschwitz.

lunedì 26 gennaio 2026

Sutura d'ombra il vuoto della luce

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Tante cose belle
per la bravura da titolo.
laboratorio sporco,in 
 questa bava di 
latte che tracima 
dal becco delle nuvole
a colloquio.

c'è qualcosa che
 sto ascoltando e 
sorrido,leggendo l'invisibile
nella farina 
sciolta sul 
tavolo,arrossendo per 
il visibile
lanciato con astio
e setacciato.

efficace nell'insulto mascherato
(ma non per carnevale)
dalla bocca affilata il 
chierico conventuale
minimo
e napoletano,gestisce
un suo mondo fallimentare.

nessun insulto per
il privilegio da maligno e 
malevolo:
glielo si lega alle scarpe,magari
così cade
dalle certezze elevate dal
lievito della boria.

Scorticando la sabbia
scivola l'onda
su uno scoglio pece e un bimbo
ricuce un muro.

*_gioilan_*