mercoledì 28 gennaio 2026

si media oltre la precarietà intima(scripta)


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Il mio modo giusto di lavorare su uno scritto: lasciare sedimentare, tornare con occhi freschi a leggere.

Tempo,ci vuole.Tempo.

Il silenzio è violenta solitudine. Si tenta allora di mediare oltre la precarietà di una traiettoria emotiva , non verso una storia, ma dentro le emozioni soffiate sulle dita come cenere calda.

Il vocabolario si fa audace, le immagini si stratificano.
Si cerca una bellezza decadente, una resilienza intima che regga il peso di ciò che si vuole dire senza dirlo tutto.

Ci si abissa, a volte, nel dubbio.

 Poi arriva la felicità totale: quella comunione tra sentire e mettere per iscritto, limando, arrotando i termini fino a farli combaciare.

V'e' un'altra forma di amore, verso uno scritto sfociato dal proprio sentire in cui velare è necessario: svelare troppo vuol dire offrirsi troppo, e non è sempre utile.

Uno scritto consegnato alla lettura altrui viene fatto proprio dal lettore. Questi lo sgradirà se non è vicino al proprio interpretare, al proprio gusto.

 Paradossale ma vero: piace ciò che riconosciamo come parte di noi.
Per questo il valore della critica — in positivo come in negativo — è assoluto. Fa crescere non solo l'attività artigianale, ma la propria cognizione di sé, mentre si vanga nel terreno dello scrivere.

Tante volte, sapere d'esser stati
considerati
è come tenere tra le dita un soffione e alitarvi su e sorridendo
percepire la libertà 
nella leggerezza 
di quel volo innanzi ai propri occhi. 

*_gioilan_*

martedì 27 gennaio 2026

Spartito sordo per un’ombra sola

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mio,qui. esserci. come randagio 
sotto pioggia,sviolinare
a denti stretti
un falso d’autore ad accompagnare
fagotti 
costretti,
                 costretto pur io.

un'unghia scellerata
pizzica le corde.

tortura è chiedersi
in un dedicato respiro
che sarà-quando sarà- dove sarà 
di me.

E  tale rapsodia d’ortica
spezzata in gola
nutre quest'anima,nelle sensazioni
d'un istante,suonando
con le orecchie appoggiate sulle frasi prive di senso certo, comandate 
con rabbia concitata
nell'urgenza.

io,qui.
ce la posso fare,a suonare
il "Wiener Waltz" .

Nella tempesta notturna
del mio giorno,fino alla fine 
di ogni giorno e 
di più, ti attendo, amore 
mio perso
chissà dove,in un 
vuoto lentissimo
di passi.

senza più un corpo, sei tu.

cerchi di sigarette al cianuro
sputati da un forno

alto
alto
alto

g r i g i o

nella lentezza di un attracco
alla volta del cielo.

Sei qui!
ma ancora lontana, amor mio.

porti il tuono di una  folla
silenziosa,rassegnata,dolorosa.
osservata giungere
ed ingrossare.

nel mio sudore di paure
echi di urla -solo dentro-.

Ritorni,ridi,sorridi,mi abbracci 
mentre suono
e mi estraneo,qui.
tra
un milione di aliti impauriti
ed un chiarore tenue 
per i frammenti di questo freddo 
che gela, che toglie il senso alle cose.

sei qui.

Nel mio vuoto denso, sei il fatto che annebbia schiarendo 
la mia certezza,sei con me.

Ogni volta che ti sento ,l'iride
che si bagna
e quel che ho letto,arrivando :

"il lavoro rende liberi" 

scioglie
in veleno 
anche il mio suonare.
  (che diviene tumultuoso)

disperato
cercarti,cercarmi.

Questo è Auschwitz,amore.


*_gioilan_*



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Note a margine :

Lo scritto  trae ispirazione dalla tragica realtà delle "Lagerkapellen" , le orchestre dei campi di sterminio. I musicisti prigionieri erano costretti a suonare marce e valzer per scandire il ritmo del lavoro forzato o per coprire le urla durante le selezioni dei deportati verso le camere a gas, trasformando l'arte in un estremo strumento di tortura e alienazione.

I "cerchi al cianuro" e il "veleno" che scioglie il suono, fanno riferimento allo "Zyklon B" , l'agente tossico utilizzato nei dispositivi di sterminio di massa ad Auschwitz.

lunedì 26 gennaio 2026

Sutura d'ombra il vuoto della luce

--

Tante cose belle
per la bravura da titolo.
laboratorio sporco,in 
 questa bava di 
latte che tracima 
dal becco delle nuvole
a colloquio.

c'è qualcosa che
 sto ascoltando e 
sorrido,leggendo l'invisibile
nella farina 
sciolta sul 
tavolo,arrossendo per 
il visibile
lanciato con astio
e setacciato.

efficace nell'insulto mascherato
(ma non per carnevale)
dalla bocca affilata il 
chierico conventuale
minimo
e napoletano,gestisce
un suo mondo fallimentare.

nessun insulto per
il privilegio da maligno e 
malevolo:
glielo si lega alle scarpe,magari
così cade
dalle certezze elevate dal
lievito della boria.

Scorticando la sabbia
scivola l'onda
su uno scoglio pece e un bimbo
ricuce un muro.

*_gioilan_*








martedì 20 gennaio 2026

un testo che morde le ossa del mondo


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l'arco spezzato si strappa
 in un cielo
riconciliato all'azzurro di gennaio
e affamato di  un sole
straniato
per nembi d'acciaio.

la meraviglia è che
sono scomparse le lucertole
che giocavano con le zanzare
ubriache
per il profumo dei gelsomini.

adesso felci secche
che perdono lance 
poco autorevoli,allungano mani
sottoterra
e trovano le ossa del mondo
-che sono solo pietre-

gusci vuoti di lumache

sorrisi verdi di muschio
tra tufi.

ci si rincantuccia in un : 
"buonasera e bentrovati" .

la certezza è che
in questa rassicurante
boule televisiva
tra poco tutto sarà 
guerra-lutti-sangue-rovi
che puoi spegnere 
solo tu.

la disperazione di chi soffre
sacra al vento
delle labbra serrate per veleno
delle urla urlate perché 
un qualche dio potente in terra
la smetta,ha
una forma 
che non pensiamo.

nei diodi del vuoto di un mondo senza pace di Dio
il dioscuro
è un oscuro dilemma : usciremo
mai 
da questo mondo sporco. per confusione? 

nel tessere 
parole sazie di
nulla, in un disuguale
tratto-tra tutto- sguscia un'idea a regola d'arte :
saper interpretare i segni
nei sogni.

*_gioilan_*







sabato 17 gennaio 2026

Lezione di ritmo e divertimento



--
baciano
la terra 
queste stille di stelle
ghiacciate
riempiono sguardi
quando si sfalda
la notte nel sonno,un inganno.

il risveglio
questa quasi seconda decade
di gennaio di
nuovo anno,un danno
riscaldato dal gelo.

disperse parole nel silenzio
delle prime ore
del giorno
tra sveglio e appisolato
-pure delle luci di strada-

quel gatto randagio
raschia
la copertina di cartone
che fu involucro
del panettone e adesso
è casetta.

aspetta il sole, poi ci ripensa
sicché 
il lampione acceso,va'.
a nanna.

con il "buongiorno" 
della caffettiera che si affanna
gorgoglia e rigoglia
quel mio sapore nero
mattiniero
di calore. tutto buono.
(meno il quarto tuono)

*_gioilan_*


venerdì 16 gennaio 2026

Scomposto verso di carne e di vento.

--



--
(ascoltando unforgettable in every way) 

ovvero 
affrettare
la metafora della presenza
perché si, è pienezza
di fragile urgenza il compimento
del tempo
giunto in una persona,accanto.
forse
qualcosa 
nell'apice
dei giorni è già presente in ognuno
quando lacrime e dolore
sono pane
quando colore in arco in cielo
ride a un lago dirimpettaio
quando nuova vita che è giunta
in un
sorriso di neonato
è centralità di
nuovo verso tracciato,e.

sensibilità,troppa.
ti ingoia
per stupore dichiarato.

la metafora è un rattoppo
a strappi
tessuto su tessuto
scritto e definito qui
come quando dentro (non fuori) 
piove e
si ricostruisce 
un'amicizia
tra formiche non più in fila,ma sedute accanto a fare
chiacchiere. di carnevale.

i vecchi schemi
in un attimo scortecciati
nell' io,in ultimo decostruiti
dal vento e 
dal sole, gareggiano
con forza
-in un salto di qualità-
subissati di 
novità.

spazzando nubi
allargando oceani
gesti che
siano cura ,in una intimità interiore
che rugge bellezza
nascosta,appartenenza
sciolta in una melodia
incredibile,suonata lontana
l'incoscienza. del bello che c'è.





*_gioilan_*



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mercoledì 14 gennaio 2026

una stella morta per risate azzurre


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il tempo delle ossa
abbastanza candide
delle meduse in scatola
(!)
con cieli sereni
con mele sciolte nel
miele
con il vento consistente
nelle calze di seta
(!)
è arrivato per gli starnuti
delle parrucche 
intrecciate con fili d'erba. 

Una tendenza al sorriso
suggerisce
una soluzione immaginifica
per la Groenlandia
che si scioglie 
in un bicchiere
di petrolio.

C'è un'onda intorno
ad una stella che si finge morta
ma starnuta.
(ciao) 

_*gioilan*_

lunedì 12 gennaio 2026

tradotta in meteorologia emotiva.

--
una continuazione
tra periodo nel tempo
ed ore annunciate in un 
messaggio.

viene meno
l'arresto dei precursori
della geografia delle nubi
accadute,ciò 
che è consapevole
nella biografia 
                     -che commuove-
della pioggia che si gonfia in
noccìoli di 
nembi ,ingrigiti dal passaggio.

una comunione di valori
dietro una porta chiusa
-un orso
quello che dopo una festa
è la noia
senza la bellezza
degli incontri-
nella pienezza di una vita che il
sale
rende -a volte-
lacrime.

l'esistenza è fatta -anche-
di gennaio gelido
dopo un dicembre
di lucine.

*_gioilan_*

domenica 11 gennaio 2026

"Lo Skyline di una città è architettura dell'anima: Trani e la palma caduta giù "


Lo Skyline di una città è architettura dell'anima: Trani e la palma caduta giù

di gioilan

--
Stavo pensando, proprio improvvisamente m'è sovvenuto, ad un libro. Mi incuriosì, e volli leggerlo: parlava di Skyline delle città. Una finestra nuova, per me, da spalancare su qualcosa che avevo sempre poco considerato, cioè quel particolare profilo che le nostre città hanno, con la sagoma degli edifici o delle strutture che si stagliano contro il cielo.

Sarebbe meglio chiamarlo proprio "l'orizzonte urbano", che aiuta ad imprimere nella memoria e poi a riconoscere una città così, a colpo d'occhio, grazie a quella combinazione di elementi come palazzi, grattacieli o particolari che fanno Storia: cupole, campanili, torri antiche. Anche infrastrutture come ponti o installazioni per grandi fabbriche. Ed elementi naturali come meravigliose montagne, o monticelli più dolci e bassi, specchi d'acqua in piccole tazze azzurre che incontrano il cielo, come laghi o porti, magari anche enormi, che fanno da sfondo e riflettono la città stessa.

Imparai leggendo, che gli Skyline, a saperli osservare, definiscono i luoghi, rivelano delle città il potere economico, la sapiente costruzione nelle innovazioni, suscitano interesse storico e tantissime volte turistico. 
Però, per lo più, rivelano l’identità. Già. Gli Skyline di una città hanno questo: diventano un valore per i cittadini, un senso di appartenenza ad un luogo concepito come "proprio". Qualcosa che ti si cuce
 addosso, che ti porti in mente quando parti e non vedi l'ora di ritrovare quando torni. Un'emozione che ti fa sentire "a casa". Tua. :-)

Il mio Skyline è quello della mia Trani, la mia città. Dominato dalla Cattedrale bianca che, quando vedo allontanarsi da me in auto o in treno, mi crea un buco dentro che si allarga, perché parto.
 O che mi porta un innegabile sfarfallìo in cuore quando torno,che  canta: "sono tornata,sono a Trani".

Invece il libro, che si chiamava "A Vision of Britain", portava lontanissimo dal mio luogo, ma l'autore rendeva ai suoi lettori qualcosa che era poesia autentica, spesso simile ad alcuni miei pensieri pensati e mai afferrati per ricalcarli in uno scritto,magari. Era una ballata d'amore per i suoi luoghi, perché per lui lo Skyline non era una semplice sfida a chi costruisce il grattacielo più alto, ma un organismo vivente che deve rispettare l'essere umano che si trova a viverlo.

Non parlava solo di sguardo, ma di regole per creare un equilibrio di cui l'uomo si "beasse", affinché non si sentisse schiacciato, ma accolto nella bellezza dei luoghi che sono un diritto dell'uomo, in un tutto armonioso che aiuti a nutrire lo spirito. Se l'occhio gode di simmetria, materiali naturali come la pietra, il legno e spazi verdi, la società stessa ne beneficia in termini di benessere mentale. 

Bello.
Continuo a pensarla poesia nel pro-gettare architetture alte soprattutto nella mente, profili intagliati come silhouette verso il cielo.
L’autore scriveva :

 "L'architettura è come una lingua. Se la grammatica è sbagliata, la città diventa un rumore insopportabile". 

E di quella lingua sono testimoni i governanti, i politici, la comunità intera fatta di persone.

Si arrivava poi a sottolineare il  verde, indispensabile polmone di respiro degli occhi. Querce maestose, ulivi e palme che, con i loro ciuffi spioventi, sono identità e appartenenza. Il verde non è un semplice ornamento estetico, ma un elemento strutturale: osservando un albero, capisci che ha la stessa importanza architettonica di una colonna o di una facciata.

 La natura in uno Skyline è come un "polmone del respiro degli occhi". Per l'autore, una città senza alberi non è solo brutta, è disumana, perché perde i punti di riferimento che creano continuità storica: querce, tigli e platani sono presenze-custodi del tempo che passa, rimanendo leali alla vita che trascorre.

 Una quercia secolare racconta il passato molto più di un edificio in acciaio. Camminare sotto un viale alberato è procedere sotto un "soffitto naturale" che trasforma una strada anonima in una "stanza all'aperto", dove il cittadino si sente a casa.
 E' respirare una poesia dell'equilibrio contro i "deserti di cemento" cui stiamo correndo incontro abbastanza consci del disastro che noi stessi decidiamo.
Il verde serve a rompere la monotonia delle linee fredde del vetro di certe installazioni ; le piante portano il ritmo delle stagioni all'interno della città, ricordando all'uomo che fa parte di un ciclo naturale, in Inghilterra ,o mentre vive in una città pugliese come la mia.

Ma perché vi parlo di architetture lontane e di libri letti tempo fa? Perché ieri lo Skyline della mia Trani ha perso una parola della sua grammatica, un verso della propria poesia...

Nella mia città ci sono querce con piccole ghiande che scrocchiano sotto i piedi in quel polmone amato che è la Villa Comunale. Abbiamo pini marittimi, oleandri, ulivi e palme magnifiche. Alte, invalicabili, al punto da essere il nostro Skyline di riferimento. Quello che ti entra nel cuore e fa "tua" la città, unito alle altre immagini amate dai tranesi  che tutti custodiscono nella memoria in un cuore che si allarga solo a pensarle : le reti stese ad asciugare al porto, la "lumaca" a costruzione ludica, da attraversare correndo in Villa Comunale , la pensilina alla Stazione, la statua di Giovanni Bovio che vigila in piazza sul nostro passaggio, e ascolta le nostre chiacchiere seduti alle panchine,le fontane bianche,la Cattedrale.

Ecco. Le palme magnifiche. Delle quali, nella mia infanzia, tre sovrastavano lo spazio della Piazza principale ed erano diventate nome,"titolo" di un bar. 
Il "Bar Tre Palme",appunto.

Palme profilate di lucine,non tanti anni fa a Natale ,che ti trasportavano in paesi lontani, con deserti e Betlemme. Palme come ombrelli perennemente aperti ,ma dai ciuffi spioventi.Maestose, possenti.

Ieri, una di queste palme storiche, accanto alla Chiesa di San Francesco, per il forte vento è crollata giù. Verde. Enorme. Magnifica nel suo ultimo momento di vita, regale e solitaria. E con lei è crollato l'ennesimo pezzo del nostro Skyline identitario. Sarà difficile passare di lì e non sentirne la mancanza. 

Si schianta un pezzo di noi. Irrecuperabile, perché le vecchie foto ,da ieri ,sono tristezza infinita.
Chissà che ne penserebbe l'autore di quel libro, il poeta degli Skyline d'Inghilterra.

 La perdita di quella palma non è solo un danno botanico; è un "buco" nel cuore. Un albero secolare è un monumento vivente, e la sua caduta è paragonabile al crollo di una colonna della Cattedrale.

 Per noi è  caduto un pezzo di quello Skyline naturale tutto nostro e  si è 
sciolto uno dei  fili che legano  le generazioni.
L'armonia spezzata  in una geometria della natura di uno spazio di secoli, di ansimi di chi ci passava con fretta, di respiri di chi sostava, di sguardi di chi la cercava guardando in alto. Quella palma,che non era solo "verde", era la proporzione che bilanciava l'altezza della chiesa,le case intorno , la Statua dell'Immacolata, la piccola fontana ,i negozi accanto. Senza di lei, l'occhio "inciampa" perché manca un punto di riferimento spirituale e visivo che piangeva al cielo nella pioggia e rideva nelle stagioni assolate,
mosso dal vento.Lo stesso che l'ha 
distrutta.

In quel libro, l'autore sottolineava il "dovere della cura": probabilmente sarebbe molto severo sulla manutenzione. Direbbe che combattere per lo Skyline significa prevenire questi crolli, proteggere i giganti verdi perché sono loro a rendere una città "casa" e non solo un "parcheggio per esseri umani". 

Lo Skyline di Trani è una danza tra la pietra che riflette il sole,l'azzurro che la chiama nell'incontro tra mare e cielo abbracciandola  e il verde che  quel sole scherma. Quella palma ora vive nel nostro racconto, ma la sua assenza è un monito: la bellezza va difesa con le unghie. È vero, le foto sono tristezza, ma sono anche la prova che quella bellezza è esistita e che abbiamo il dovere di piantarne di nuova, perché tra cinquant'anni qualcun altro possa "bearsi" di un nuovo orizzonte.
Piantare bellezza ci tocca,sempre.

Partirà presto il solito carrozzone di accuse, lamentele ,speranze. Tutto e di più. Purtroppo anche meno. E forse è anche giusto così: un dibattito serve sempre a crescere come comunità. Magari trasuda amore per il territorio, ben oltre l’antropologia urbana che maldestramente ho tentato di tracciare io, da inesperta e solo lettrice,tanti anni fa, di :

"A Vision of Britain: A Personal View of Architecture" 
HRH The Prince of Wales 
1989, Doubleday-UK

"Una visione della Gran Bretagna. Un punto di vista personale sull'architettura" S.A.R. il Principe del Galles
(attuale Re Carlo III  )
1990, Garzanti-IT

Proprio adesso,finalmente mi giungono notizie e posso tirare un sospirone di sollievo come tutti i miei concittadini. Un forte abbraccio, ma forte-forte, a chi ieri, trovandosi a passare di lì nel momento del crollo, ha capito che il colore del terrore può essere verde. Color palma che ti crolla addosso. Improvvisa.Inaspettata.

Con tutto il mio cuore.
*_gioilan_*


"La natura è il miglior maestro di design che abbiamo. Se ignoriamo le sue proporzioni e la sua presenza nelle nostre città, finiamo per ignorare la nostra stessa umanità." 
— Carlo III

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I am deeply moved to see so many of you visiting from the UK and beyond. It seems that the "language of architecture" and the love for our urban skylines truly have no borders. Whether it is a park in London or a square in Trani, the loss of a historic tree is a wound to our collective soul. Thank you for sharing this moment of reflection with me and my city.

*_gioilan_*

giovedì 8 gennaio 2026

senza scorciatoie,oggi dopo festa





--
questo freddo
cristallino
di aliti e disegni a cuoricino
su vetro
ti abitua all'ascolto
delle ferite leggere
in quelle profonde stanze
che poi 
sono tempesta nei di'
dopo la festa.

tornando a casa senza scorciatoie
transitando gli altopiani
dei ricordi in dissolvimento 
-in uno spazio senza più 
tempo-
incolore,per un 
dolore che ti
asseta di presenza 
scomparsa

quell' universo
che morde
 nella testa
mi scuci,mondo in silenzio.

(nebbia bassa,oggi .trattiene voci
  nei pareggi tra freddo e tepore)

è.

 tu mi piaci ,nel tuo odore
di freddo, tè ai mandarini
-tanto- nel tempo del dopo.
l'epifania
con tutti quei 
cuoricini.

martedì 6 gennaio 2026

piccoli sogni ai fondi di bicchiere


--

piccoli sogni,fondi del bicchiere dell'anima.
Siamo bambini senza tempo 
cuciti
ai nostri rami,appesi 
alla collana lunga 
della notte più magica.

Alti, nel volo
in mezzo ai campi battuti
dal vento 
del nord,sorvolando
fuochi che si accendono
a sud,dove danzano tarante,stiamo. 

Accogliendo 
quelle gocce di
marmo gelido al buio
                     -le stelle-
 su scopa di saggina
 sino alla mattina
 nell'androne di casa, con
 le chianche lucide e la felce riccia
spiando
nelle calze appese alle porte dei camini,aspettando. 

Dolciumi e mandarini, sogni
da vecchi bambini 
con i capelli profumati
di cannella, ridendo 
delle api 
che spostano il miele e lo coccolano
invidiose 
della cioccolata,dando
un senso alla Befana che vola nel
mistero della luna.

Nel silenzio, labbra
e occhi bui che si accendono 
al domani indietro, sorridendo.

Per vedere meglio e capire ancora il magico tempo 
cavalcato da tre Re.

*_gioilan*_

sabato 3 gennaio 2026

tra un anno ci si rivede -nei sogni-

--


che
se prendiamo
la Dyane azzurrina
stanotte
ci mettiamo la benzina,poi
andiamo a comprarci
mille lire di focaccia
da correre a mangiarci
calda e croccante 
al porto,dietro
la barcaccia 
che riparano sotto
al molo,prima che arrivino
tutti gli altri,a
pascolare
su un lungoporto
di chiacchiere.

coraggio, voltati e
sbirciami, come fa lui .
che ridiamo e "acconcertiamo"
una serata,di quelle solite
                            di cui
ho questo ricordo, ridendo.

dai, voltati . e guarda 
quest'amica,vecchia
con una faccia
molto cambiata.

vediamo se mi riconosci.

anche 'stanno
                         - prima che io a
ripensarci mi lagni  
come sempre, piagnucolando -
ci siamo
e ci rivediamo
nel solito luogo,a 
notte fonda
(i sogni) e ,a 
proposito, Ciccina.

Porta la ricetta 
della gelatina che 
ho tanto amato
sulla tartina del veglione
 (che mi ha fregato Renato).

'cià,dalla mia memoria
non sparite, eh.
tra un anno ci risentiamo, qua.

*_gioilan_*

*_3 gennaio 2026_*

venerdì 2 gennaio 2026

zio Paolo senza endeca e assonanze



--
anche da morte scrocchiano le foglie
ridono le figlie,scaglie di tempo sul pavimento,campo
di freddo
tormentato
nella stanza.

tu,io. non più.

che non leviti sotto
il cielo,ma stai altrove è certo.
sperso in occhi
spauriti,in 
sguardi accaduti, frastorno quando c'eri, che adesso manca.

ti indescrivo per incapacità su 
questo foglio e mi
diventi uno scarabocchio
nell'animo
che si accrocchia bianco del tuo ultimo nulla che ne so
e
la tua ultima strada non entra nemmeno nelle pagine
di un caffè per sostenermi
un po'.

ma ci provo comunque
prima che questo gelo
anche 
consumi i ricordi.

in questo infittirsi del buio
mi guardo,ti penso.
ti scrivo "ciao,zio".


*_gioilan_*









giovedì 1 gennaio 2026

"Serrando le persiane poi a spalanco"



--
Assomiglia
più a un viaggio
questo augurio
di vischio
di vita voluta
di voci che tornino nei sogni
di volti e sorrisi
compagni.

Con il naso in alto
rivolto al cielo
navigato da un 
losco nuvolone
-che ci riservi un tempo
per lo meno
sereno-.
tremando al pari della
gelatina sul salmone.

Al comparire dei botti
il fiammifero tra le dita
poi
la cenere nel palmo della mano
eccoci, ci siamo,e.

"ciao-ciao", vecchio anno
io proprio non ti ho amato
e ti saluto con un "vaffa" 
molto molto
sentito.

Ci provo a cullare
questo neonato.

Attende i fuochi
lucenti, quest'anima, stanotte
-l'attesa è solitaria-
sono
d'allegria, senza.

(Che poi l'ho
sgraffignata
al mio io triste, già.
Dopo un bel po'
l'ho rubata, e condita con un pizzico di fantasia.
Solo con gli occhi, serrando
persiane
da spalancare, respirando
il gelo
cercando un mondo mio, sereno.)

E nelle sensazioni
degli istanti,
nuovi momenti, importanti.

Mi decido e
accendendo stelline,con
 le labbra distese
a mezzaluna,
riconosco,recito e
ribadisco
le paure
borbottate :

S p e r i a m o.

Che lo spumante
 si stappi
al momento giusto.

(eviterei  così
 il consueto
 d i s a s t r o 
della bottiglia che vola
e il tappo che rimane
uffa!! in mano... 
il Pericolo è
incombente,faccio 
piano.)

e invece:
ce l'ho fatta anche
questo nuovo
tutto.

muffa sul selciato
adesso è 
conseguente,quando
trovo un firmamento
spento
e programmato
negli auguri di rito
consueto.

(cerco il concerto da Vienna, di Capodanno, meglio.)

auguri a tutti, e come 
prima strenna:  _Buon Anno_

*_gioilan_*