Lo Skyline di una città è architettura dell'anima: Trani e la palma caduta giù
di gioilan
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Stavo pensando, proprio improvvisamente m'è sovvenuto, ad un libro. Mi incuriosì, e volli leggerlo: parlava di Skyline delle città. Una finestra nuova, per me, da spalancare su qualcosa che avevo sempre poco considerato, cioè quel particolare profilo che le nostre città hanno, con la sagoma degli edifici o delle strutture che si stagliano contro il cielo.
Sarebbe meglio chiamarlo proprio "l'orizzonte urbano", che aiuta ad imprimere nella memoria e poi a riconoscere una città così, a colpo d'occhio, grazie a quella combinazione di elementi come palazzi, grattacieli o particolari che fanno Storia: cupole, campanili, torri antiche. Anche infrastrutture come ponti o installazioni per grandi fabbriche. Ed elementi naturali come meravigliose montagne, o monticelli più dolci e bassi, specchi d'acqua in piccole tazze azzurre che incontrano il cielo, come laghi o porti, magari anche enormi, che fanno da sfondo e riflettono la città stessa.
Imparai leggendo, che gli Skyline, a saperli osservare, definiscono i luoghi, rivelano delle città il potere economico, la sapiente costruzione nelle innovazioni, suscitano interesse storico e tantissime volte turistico.
Però, per lo più, rivelano l’identità. Già. Gli Skyline di una città hanno questo: diventano un valore per i cittadini, un senso di appartenenza ad un luogo concepito come "proprio". Qualcosa che ti si cuce
addosso, che ti porti in mente quando parti e non vedi l'ora di ritrovare quando torni. Un'emozione che ti fa sentire "a casa". Tua. :-)
Il mio Skyline è quello della mia Trani, la mia città. Dominato dalla Cattedrale bianca che, quando vedo allontanarsi da me in auto o in treno, mi crea un buco dentro che si allarga, perché parto.
O che mi porta un innegabile sfarfallìo in cuore quando torno,che canta: "sono tornata,sono a Trani".
Invece il libro, che si chiamava "A Vision of Britain", portava lontanissimo dal mio luogo, ma l'autore rendeva ai suoi lettori qualcosa che era poesia autentica, spesso simile ad alcuni miei pensieri pensati e mai afferrati per ricalcarli in uno scritto,magari. Era una ballata d'amore per i suoi luoghi, perché per lui lo Skyline non era una semplice sfida a chi costruisce il grattacielo più alto, ma un organismo vivente che deve rispettare l'essere umano che si trova a viverlo.
Non parlava solo di sguardo, ma di regole per creare un equilibrio di cui l'uomo si "beasse", affinché non si sentisse schiacciato, ma accolto nella bellezza dei luoghi che sono un diritto dell'uomo, in un tutto armonioso che aiuti a nutrire lo spirito. Se l'occhio gode di simmetria, materiali naturali come la pietra, il legno e spazi verdi, la società stessa ne beneficia in termini di benessere mentale.
Bello.
Continuo a pensarla poesia nel pro-gettare architetture alte soprattutto nella mente, profili intagliati come silhouette verso il cielo.
L’autore scriveva :
"L'architettura è come una lingua. Se la grammatica è sbagliata, la città diventa un rumore insopportabile".
E di quella lingua sono testimoni i governanti, i politici, la comunità intera fatta di persone.
Si arrivava poi a sottolineare il verde, indispensabile polmone di respiro degli occhi. Querce maestose, ulivi e palme che, con i loro ciuffi spioventi, sono identità e appartenenza. Il verde non è un semplice ornamento estetico, ma un elemento strutturale: osservando un albero, capisci che ha la stessa importanza architettonica di una colonna o di una facciata.
La natura in uno Skyline è come un "polmone del respiro degli occhi". Per l'autore, una città senza alberi non è solo brutta, è disumana, perché perde i punti di riferimento che creano continuità storica: querce, tigli e platani sono presenze-custodi del tempo che passa, rimanendo leali alla vita che trascorre.
Una quercia secolare racconta il passato molto più di un edificio in acciaio. Camminare sotto un viale alberato è procedere sotto un "soffitto naturale" che trasforma una strada anonima in una "stanza all'aperto", dove il cittadino si sente a casa.
E' respirare una poesia dell'equilibrio contro i "deserti di cemento" cui stiamo correndo incontro abbastanza consci del disastro che noi stessi decidiamo.
Il verde serve a rompere la monotonia delle linee fredde del vetro di certe installazioni ; le piante portano il ritmo delle stagioni all'interno della città, ricordando all'uomo che fa parte di un ciclo naturale, in Inghilterra ,o mentre vive in una città pugliese come la mia.
Ma perché vi parlo di architetture lontane e di libri letti tempo fa? Perché ieri lo Skyline della mia Trani ha perso una parola della sua grammatica, un verso della propria poesia...
Nella mia città ci sono querce con piccole ghiande che scrocchiano sotto i piedi in quel polmone amato che è la Villa Comunale. Abbiamo pini marittimi, oleandri, ulivi e palme magnifiche. Alte, invalicabili, al punto da essere il nostro Skyline di riferimento. Quello che ti entra nel cuore e fa "tua" la città, unito alle altre immagini amate dai tranesi che tutti custodiscono nella memoria in un cuore che si allarga solo a pensarle : le reti stese ad asciugare al porto, la "lumaca" a costruzione ludica, da attraversare correndo in Villa Comunale , la pensilina alla Stazione, la statua di Giovanni Bovio che vigila in piazza sul nostro passaggio, e ascolta le nostre chiacchiere seduti alle panchine,le fontane bianche,la Cattedrale.
Ecco. Le palme magnifiche. Delle quali, nella mia infanzia, tre sovrastavano lo spazio della Piazza principale ed erano diventate nome,"titolo" di un bar.
Il "Bar Tre Palme",appunto.
Palme profilate di lucine,non tanti anni fa a Natale ,che ti trasportavano in paesi lontani, con deserti e Betlemme. Palme come ombrelli perennemente aperti ,ma dai ciuffi spioventi.Maestose, possenti.
Ieri, una di queste palme storiche, accanto alla Chiesa di San Francesco, per il forte vento è crollata giù. Verde. Enorme. Magnifica nel suo ultimo momento di vita, regale e solitaria. E con lei è crollato l'ennesimo pezzo del nostro Skyline identitario. Sarà difficile passare di lì e non sentirne la mancanza.
Si schianta un pezzo di noi. Irrecuperabile, perché le vecchie foto ,da ieri ,sono tristezza infinita.
Chissà che ne penserebbe l'autore di quel libro, il poeta degli Skyline d'Inghilterra.
La perdita di quella palma non è solo un danno botanico; è un "buco" nel cuore. Un albero secolare è un monumento vivente, e la sua caduta è paragonabile al crollo di una colonna della Cattedrale.
Per noi è caduto un pezzo di quello Skyline naturale tutto nostro e si è
sciolto uno dei fili che legano le generazioni.
L'armonia spezzata in una geometria della natura di uno spazio di secoli, di ansimi di chi ci passava con fretta, di respiri di chi sostava, di sguardi di chi la cercava guardando in alto. Quella palma,che non era solo "verde", era la proporzione che bilanciava l'altezza della chiesa,le case intorno , la Statua dell'Immacolata, la piccola fontana ,i negozi accanto. Senza di lei, l'occhio "inciampa" perché manca un punto di riferimento spirituale e visivo che piangeva al cielo nella pioggia e rideva nelle stagioni assolate,
mosso dal vento.Lo stesso che l'ha
distrutta.
In quel libro, l'autore sottolineava il "dovere della cura": probabilmente sarebbe molto severo sulla manutenzione. Direbbe che combattere per lo Skyline significa prevenire questi crolli, proteggere i giganti verdi perché sono loro a rendere una città "casa" e non solo un "parcheggio per esseri umani".
Lo Skyline di Trani è una danza tra la pietra che riflette il sole,l'azzurro che la chiama nell'incontro tra mare e cielo abbracciandola e il verde che quel sole scherma. Quella palma ora vive nel nostro racconto, ma la sua assenza è un monito: la bellezza va difesa con le unghie. È vero, le foto sono tristezza, ma sono anche la prova che quella bellezza è esistita e che abbiamo il dovere di piantarne di nuova, perché tra cinquant'anni qualcun altro possa "bearsi" di un nuovo orizzonte.
Piantare bellezza ci tocca,sempre.
Partirà presto il solito carrozzone di accuse, lamentele ,speranze. Tutto e di più. Purtroppo anche meno. E forse è anche giusto così: un dibattito serve sempre a crescere come comunità. Magari trasuda amore per il territorio, ben oltre l’antropologia urbana che maldestramente ho tentato di tracciare io, da inesperta e solo lettrice,tanti anni fa, di :
"A Vision of Britain: A Personal View of Architecture"
HRH The Prince of Wales
1989, Doubleday-UK
"Una visione della Gran Bretagna. Un punto di vista personale sull'architettura" S.A.R. il Principe del Galles
(attuale Re Carlo III )
1990, Garzanti-IT
Proprio adesso,finalmente mi giungono notizie e posso tirare un sospirone di sollievo come tutti i miei concittadini. Un forte abbraccio, ma forte-forte, a chi ieri, trovandosi a passare di lì nel momento del crollo, ha capito che il colore del terrore può essere verde. Color palma che ti crolla addosso. Improvvisa.Inaspettata.
Con tutto il mio cuore.
*_gioilan_*
"La natura è il miglior maestro di design che abbiamo. Se ignoriamo le sue proporzioni e la sua presenza nelle nostre città, finiamo per ignorare la nostra stessa umanità."
— Carlo III
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I am deeply moved to see so many of you visiting from the UK and beyond. It seems that the "language of architecture" and the love for our urban skylines truly have no borders. Whether it is a park in London or a square in Trani, the loss of a historic tree is a wound to our collective soul. Thank you for sharing this moment of reflection with me and my city.
*_gioilan_*