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Il mio modo giusto di lavorare su uno scritto: lasciare sedimentare, tornare con occhi freschi a leggere.
Tempo,ci vuole.Tempo.
Il silenzio è violenta solitudine. Si tenta allora di mediare oltre la precarietà di una traiettoria emotiva , non verso una storia, ma dentro le emozioni soffiate sulle dita come cenere calda.
Il vocabolario si fa audace, le immagini si stratificano.
Si cerca una bellezza decadente, una resilienza intima che regga il peso di ciò che si vuole dire senza dirlo tutto.
Ci si abissa, a volte, nel dubbio.
Poi arriva la felicità totale: quella comunione tra sentire e mettere per iscritto, limando, arrotando i termini fino a farli combaciare.
V'e' un'altra forma di amore, verso uno scritto sfociato dal proprio sentire in cui velare è necessario: svelare troppo vuol dire offrirsi troppo, e non è sempre utile.
Uno scritto consegnato alla lettura altrui viene fatto proprio dal lettore. Questi lo sgradirà se non è vicino al proprio interpretare, al proprio gusto.
Paradossale ma vero: piace ciò che riconosciamo come parte di noi.
Per questo il valore della critica — in positivo come in negativo — è assoluto. Fa crescere non solo l'attività artigianale, ma la propria cognizione di sé, mentre si vanga nel terreno dello scrivere.
Tante volte, sapere d'esser stati
considerati
è come tenere tra le dita un soffione e alitarvi su e sorridendo
percepire la libertà
nella leggerezza
di quel volo innanzi ai propri occhi.
*_gioilan_*