sabato 13 giugno 2026

Sant'Antonio,Andalusia e bimbi(patafisica onomastica😇)



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come si taglia la saliva tra i denti
come
le maree contro il becco dei gabbiani fanno onde e
si ricompongono a sera
come.

d'arguzia e in un 
milione di attimi 
furenti, salmodiando, tra tredici grazie
gigli e 
la caduta dei capelli,alitano
chiodini 
sulla trina bianca  
in dieci milioni di ghiaccio -le stelle-
come puntali
nel tovagliato, sull'altare
i due chierichetti biricchini.

e menomale. 

in questo mare di fedeli
guardare 
indietro e 
avanti e
lo vedi sant'Antonio,che sul libro regge il Bambino, si affaccia
al posacenere 
che in realtà è 
un'acquasantiera (!) dove naviga
una barchetta a vela
di carta argento -quella da caramella- :
fa compagnia a una cicca spenta
di sigarella lunga,alla menta
di Andalusia.

Amen e 
pure un poco così sia
-ridendo usciamo.-

*_gioilan_*



venerdì 12 giugno 2026

L’oro del tempo dentro un giugno che, è.


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adesso
sono ancora verdi i frutti
ma invecchiano d'oro
nelle ore calde
prima che la notte sia
fresca di occhi che
scivolano tra zanzare e
profumo di alghe

adesso
tutto cambia
e le facce
delle case, alla fine
sembrano scogliere
sotto questa
pioggia a ondate
nel tuono
che mugghia

adesso
la zingara sporca di lampi
si intravede
grazie al vento e
ha le palpebre
abbassate, luna
un po' triste.

giugno pare un vascello
in una custodia incerta, dipinto.

*_gioilan_*

giovedì 11 giugno 2026

Nel guscio di noce il Cuore ci attende.


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TRANI- C’è un momento, nell'anno liturgico, in cui il cielo sembra calare sulla terra per avvolgere le fragilità umane nell'appuntamento con il Cuore Immacolato di Maria che, come da tradizione, si celebra esattamente una giornata dopo quello di suo Figlio.

Nella chiesa di San Toma, una delle più piccole di Trani, grande come un guscio di noce,quel cielo ha preso la forma di un parato azzurro. 
Onde di stoffa puntate con laboriosa e certosina pazienza, che paiono aprirsi come un mare che sa di bellezza e circonda l’altare, dove la statua della
Madre Santa attende -quest'anno- 
la sera di domenica ,per incontrare le strade della sua città, per uscire in processione.

Entrare in San Toma in questi giorni di preparazione significa fare un salto indietro nel tempo, o forse un passo in avanti verso l’essenziale.

 La chiesa è piccina-picciò, eppure ci sta tutto. Dal bel sorriso accogliente della giovane signora che ti accoglie, fuori dalla  
porta, dove propone rosari ed immaginette per chi ne abbia bisogno e dispensa gentilezza fin dagli occhi che ti cercano ,per un saluto ,quando le passi davanti.

E nel cuore della chiesina,dentro.

Lì dove ci sono i confratelli, le consorelle e, la loro prima tra tutti, la priora,che tiene insieme tradizione e devozione, custode dell'identità della confraternita;
quindi i tanti devoti che seguono con sincero attaccamento le invocazioni,i canti . 
Se si guardano i loro volti, si scopre una limpida tenerezza, una compostezza antica e tramandata, coltivata nel 
tempo, che li spinge ad esserci; una fede (invidiabile) che sembra riassumere l’intera teologia medievale nella purezza di una devozione compunta, delicata e profondamente sentita.

È la stessa tenerezza che si riflette sul simulacro della Vergine. Ha un volto dolcissimo. Dire "bellissimo" sarebbe abusato, scontato, e pure incapace di rendere quel senso di pace che emana. Ha la dolcezza di una madre che vive la presenza dell'umanità e la offre con le mani aperte ad accogliere,nuova forma di preghiera , il Figlio. 
Sulla statua, i colori hanno il senso profondo della tradizione, parlano una lingua antica che il cuore riconosce all'istante. C'è la porpora, tinta perfetta di sangue, della veste, che racconta insieme la regalità e il sacrificio, su cui si intramano fili d'oro in disegni che sono gigli, rose, uva, sotto un cuore trafitto; e poi il velo di pizzo bianco, candido e leggero segno della purezza 
sempiterna, posato sul manto del colore del cielo, trapunto appena da stelline sul fondo. Tutto in lei è un richiamo alla Maestà Divina che si fa vicina, accessibile.
È come in uno scrigno. Questa straordinaria dimensione, così intima in tale contrasto di stoffe e di sguardi, fa quasi l'effetto di un miraggio. 

Per un attimo mi ha fatto tornare in mente la Porziuncola di Assisi, quella porzione di tempo e spiritualità fatta chiesetta, sperduta nei boschi, che San Francesco amò più di ogni altro posto e che volle dedicare a Santa Maria degli Angeli. Proprio in questo anno in cui la Chiesa celebra un ottocentenario importante nel ricordo 
vivo di Francesco, questo tempio 
piccino picciò nel cuore di Trani ci ricorda la stessa intuizione del Poverello: che Maria non si trova nei grandi 
spazi, ma nella povertà di un cuore che si fa "tabernacolo" puro, svuotato di sé per essere riempito solo da Dio.

Davanti a questo altare mi sono tornate in mente le parole del mio amico frate,professore di mariologia ad Assisi. Ci ripeteva sempre che la scuola francescana ha una predilezione per la "Via Pulchritudinis" , la via della bellezza che parla agli affetti: "La vera teologia mariana -diceva-non si impara solo sui grossi tomi accademici, ma si legge nei dettagli dell'amore del popolo .
E qui a San Toma: in un fiore sistemato con cura ;
nel silenzio commosso di una consorella;
nelle due signore che arrivano 
in ritardo,una che porge il braccio all'altra che, camminando, si aiuta con una stampella,e alla quale  un'altra signora ancora cede il posto con un sorriso e un gesto.

In atti semplici come questi si ritrova il senso profondo di un culto, quello al Cuore di Maria, che attraversa i secoli: dalle meditazioni medievali sul cuore trafitto dal dolore alla Croce, fino alle visioni secentesche di Giovanni Eudes che vedeva nel cuore della Madre una fornace d'amore inseparabile da quello del Figlio.
Una devozione antica che chiede da sempre la stessa cosa: riparare le durezze del mondo attraverso la purezza della preghiera,meditando.

Ed è esattamente ciò che accade qui. 

C’è Don Giuseppe che non parla solo di Maria partendo dalla vita di lei,ma di tutti noi e noi che ascoltiamo.

L'assemblea si fa attenta. 

Lui parte dal quotidiano, esperienze familiari ad ognuno, condivisibili perché reali e da lì apre le Scritture, racconta usi e costumi ai tempi della piccola Maria dal cuore immenso.
Fa domande, ottiene risposte a voce alta: un dialogo vero, in cui nessuno di quelli che ascoltano,e così 
partecipano, si senta escluso. Alla fine, nessuno esce a mani vuote.
E tra le dita,in qualcosa di appena ascoltato,qualcosa del proprio
animo.

Fuori, intanto, c'è il mondo. 
Un mondo che bussa forte, con
il carico pesante delle preoccupazioni, l'ombra delle malattie, il rumore sordo e spaventoso delle guerre. Ecco: fuori. 

E noi dentro, protetti da questo guscio di noce che profuma di incenso e di rose rosa.
In questo spazio minimo, davanti a una statua, accade il miracolo più semplice e grandioso della fede: un dialogo silenzioso in cui diciamo di cuore, al Cuore di Maria, tutto ciò che abbiamo in cuore.
 Le portiamo le ferite di quel mondo fuori, sapendo che il suo Cuore di Madre sa come averne custodia.

Domenica sera questa bellezza  attraverserà le strade di Trani,con la statua circondata da confratelli e consorelle scenderà tra i fedeli ed i cittadini,ma la vera processione è già iniziata qui, nel silenzio e nella verità di pochi metri quadri.

*_gioilan_*

mercoledì 10 giugno 2026

jacaranda tra Sanguineti e me, sta.

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ne senti odore 😳
come quello di Roma
quando passeggi tra i ruderi,ma
qui è anomalo🤔
e poi ti decidi,ti metti a cercare passando,segui il naso e 
_finalmente_ vedi :
un mondo fantastico
tra te ed il cielo💙💜💙 
che cade 
sul selciato
sui tettucci delle auto
su te che ridi
di quel profumo
con
la signora che sta
sulla soglia del bar ad osservarti
ed un po' 
-forse- in tutti questi
petali ci trova
ciò che ci trovi tu.

(mo' scatto una foto a Manuela e gliela mando.)


_*gioilan*_



martedì 9 giugno 2026

"Il tempo di un soffione, già il mare"



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spensierata nel vento,il tempo
di un soffione che sale,parola
 che canta
 vanta luce al sole
riflesso nel saracco
che taglia
il cielo dal mare.

la polvere disdegna 
le fragole raccolte in un cestino
e al bambino racconti che
gli uccelli
 bevono dalle ciliegie,poi
stanchi
si nascondono tra le pagine
delle foglie,larghe
mani
sopra ai fichifiori.

i profili delle pietre
sono piccoli volti
assolti dall'acqua cilestrina
e lavati dal sale
che piangono alle telline
-mattine di gioia -
da raccogliere finita
anche quest'anno, scuola.

giugno 
di un ragno che trama
fili sospesi
ad un'estate che 
c'è già .

*_gioilan_*


mercoledì 3 giugno 2026

"De Italia, ottant'anni nel resto, noi"


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Il 2 giugno sera,la lunga diretta televisiva che ci era stata promessa nella serata su Rai 1,dedicata all'ottantesimo anniversario della Repubblica Italiana,ha impresso nel telespettatore il senso dell'attraversare il tempo,da viaggiatore che assiste al lungo film che siamo,noi. Italiani di oggi .

E confesso,in me anche qualcosa di indefinibile. 
Non esattamente tristezza, non nostalgia.Qualcosa di più sottile e persistente: una lieve inquietudine, un interrogativo che non si dissolve con lo spegnimento dello schermo,ma fa nido partendo di lì,da dove si erano rincorse  le immagini, dove si erano pronunciate parole e suonate melodie, si erano cantate canzoni e dove alla fine
aveva danzato  Roberto Bolle.

Noi siamo Italiani.

Ma cosa siamo oggi ,di tutti coloro che vedevamo scorrere,volti anonimi e sconosciuti,nelle immagini che la regia ci rimandava del passato? 

Parlo di quelle anime che ,orientate alla coscienza di un popolo,hanno accettato e sopportato,"chiamate dalla Patria" (come si specificava allora) e hanno portato nel corpo e nell'anima le cicatrici di un'Italia che si sgretolava : il freddo delle notti senza riparo, il ventre vuoto, le città ridotte a scheletri di pietra e silenzio,abitate da fantasmi che erano carcasse in movimento ma senza colore,che conoscevano il fango gelido e avvelenato degli alloggi di fortuna,con le malattie,la fatica,nel persistere del pericolo. 
Poi avevano affrontato l'umiliazione delle tessere annonarie durante i razionamenti,e la fame, le macerie che la distruzione dei bombardamenti facevano crescere,il dolore della guerra che mutila,trancia ogni speranza,divide,azzera. 

Oggi,dove siamo arrivati?

Come abbiamo orientato la nostra vita di Nazione da dopo il Referendum, con la sua scelta fatta dal popolo,quindi chi siamo diventati dalla Costituente in poi?

Con quella nuova *coscienza* costruita nella Libertà ,spesso desiderata negli anni del ventennio della dittatura e appena acquisita.
Siamo passati per la non facile ricostruzione, mattone su mattone,come tasselli incastrati in un puzzle di promesse,nella volontà di progredire,e miglioratici, in seguito nel miracolo economico...
Abbiamo cercato di costruire un'Italia che si riscattasse dal peccato che noi stessi
 ci eravamo concessi con la dittatura ed espiasse ciò che noi stessi avevamo
tollerato,guardando al futuro sulla via della Pace,ri-costruendosi anche moralmente .

Ma che rimane di quella necessità di ricostituirsi,nazione,e popolo? 
Alla fine si è realizzata?
Davvero siamo rimasti fedeli al sacrificio
delle guerre e nei dopo guerra o abbiamo smarrito il senso dell'orientamento vicendevole,quello che ci aveva fatto fare un balzo in avanti per spiccare nuovamente il volo economico,sociale,culturale,
politico, in quanto nuovo Stato?

Incollata alla tivù io e milioni di telespettatori, abbiamo goduto di stralci visivi carichi di una densità umana
in movimento, che oggi fatica a trovare equivalenze nei tempi che viviamo,già.

Nei fine anni 40' e poi per tutti i '50 ,in quelle immagini di repertorio si vedeva la fatica nei volti.La fame  ereditata,vissuta 
e trasmessa nelle andature un po' sbilenche,ossute,in secondo piano alle macerie,alla distruzione.

Quelle immagini che scorrevano fin nell'animo e professavano fierezza,a tratti coraggio su quel "come eravamo" protagonisti ,in un tempo ove tutto era così  semplice,con le piazze delle grandi feste in piazza,dei villaggi dalla gente che aveva voglia di voltare pagina,nel bisogno di "mescolarsi" per incontrare,fare conoscenze e perché no,amicizie.

Quello che colpisce, guardando i filmati del dopoguerra, è l'energia, in quei volti.
La vita. 

E poi le strade polverose ma affollate con i cortili condivisi in conversazioni e giochi,feste di quartiere dove ci si ritrovava nonostante tutto,magari popolando le lunghe tavolate celebrative,in una comunione che associava,mischiava,con fiducia nell'altro,simile nel suo bisogno di 
*esserci*.

C'era scambio di pensieri,idee,progetti e 
nasceva il linguaggio politico con la scelta, finalmente *possibile" dopo la dittatura,di farla,la politica : circolazione di sentimenti,scelte,finalmente ideologia che portava anche a battaglie,tipo Don Camillo e Peppone,che non erano solo delineate in racconti su carta ,ma "un ambaradan" che diventava associazione,famiglia -che - si -scontrava. Ci si scambiavano lacrime ed anche parole avvelenate ,ma c'era il bisogno di futuro.

Poi, il boom degli anni 60' con i volti già più rotondi ,a volte cicciosi e sorridenti di chi ce la sta facendo.

Cappelli in testa,cappottoni gli 
uomini, primi adeguamenti alle riviste patinate dei modelli di alta sartoria,le donne.
Icone delle icone che arrivavano dai paesi lontani e fortunati,dove il cinema era lavoro.Un lavoro che distribuiva sogni e creava divismo gettando fumo negli occhi in alcune fanciulle speranzose 
nel buon matrimonio,ricco matrimonio.
Auto,tante .E bici sempre meno,ma intatto il tifo per "Il Giro d'Italia".

Io ho ricordato certi volti dell'alluvione di Firenze che -purtroppo- vidi 
da bimba, disgrazia inattesa per tutta una nazione ,ma che fu anche richiamo d'un umanesimo ritrovato,speciale, più moderno .
Che faceva 
umanità- che-provvede al bisogno comune dell'Arte da salvare,restaurare,preservare  custodire.
E precipitandosi in aiuto, giovani che credettero nel futuro,per recuperare la memoria 
culturale del passato, diedero lezione di generosità al Paese ed al mondo.
Fummo "faro".

C'era ,sempre nella sequenza di quelle immagini ,la percezione che una speranza collettiva di straordinaria potenza *vivesse* : i palazzi popolari che non erano ancora i contenitori /dormitorio popolosi ed anonimi, le fabbriche che erano una certezza ogni volta che aprivano i cancelli agli operai che poi,*si specializzavano*, le ferrovie nei nuovi nodi ricostruiti,le strade,le nursery negli Ospedali,le aule scolastiche affollate da bei bambini che a casa avevano fatto colazione con i "biscotti al Plasmon" e in classe avevano grembiuli arricchiti dai fiocconi,con le cartelle a zaino sulle spalle che contenevano quaderni e colori,penne bic.

Quella generazione uscita dalla guerra aveva poco, pochissimo, ma possedeva qualcosa di più raro: il senso della comunità che è comunità perché vuole fortissimamente esserlo per 
migliorare, anche lasciando il testimone alle generazioni in arrivo.
Un'eredità trasmessa con fatica ai figli,tramite il racconto del dolore,dei sacrifici fatti,della speranza in un posto per tutti in un mondo,migliore.

E la nuova generazione,a sua volta ha cercato di custodire, anche negli anni più bui delle tensioni ideologiche
barcamenandosi tra il passato ed
il futuro ,ma vivendo  con diffidenza, ed a tratti anche curiosità,un sessantotto che un po' turbava, perché i giovani si ribellavano cercando un'identità propria con nuovi valori,sui loro moderni bisogni tessuti in una Libertà che si apriva a concetti molto più larghi che nel passato.

Il benessere del boom economico ha portato una rivoluzione culturale.
E pure ,così,l'inspiegabile .
Una scissione nella nostra coscienza di Italiani,quasi subdola,silenziosa :qualcosa si è rotto lungo il percorso di una Italia che era proiettata nel suo progetto del futuro .
Non tutto in una volta,ma gradualmente come un tessuto che si consuma senza che nessuno se ne accorga davvero.

Per incuria,a volte incomunicabilità. In quella testarda smania di modernità 
il senso di "comunità" si è sciolto a beneficio di un individualismo che ha pensato esclusivamente al beneficio
del singolo.
E così. Poco prima il sessantotto,la
frattura naturale tra le generazioni ,è diventata frattura civile.

E il senso di comunione, che ci aveva uniti come identità,si è dissolto in una polvere di egoismi che non si riconoscono 
più, ognuno in guerra quotidiana contro tutto e tutti.
Un esempio: la ricerca nel  bisogno  garantito dalla Costituzione del "posto di lavoro" fisso,a tutti i costi,come garanzia di benessere e stabilità.
Cosa che in alcuni,in qualche modo  ha spento la creatività.
Con la neonata voglia di farla franca anche a patto di essere furbi *contro lo Stato* ,improvvisamente percepito come ingiusto e nemico .
Le raccomandazioni,le bustarelle,eccoli gli *io* /ego ,lontani dal 
noi- che- uniti- siamo - italiani.
Non abbiamo più orientato in comunione la nostra vita di appartenenti ad una visione fusa comune e questo ci ha fatto smarrire il punto principe di riferimento come Nazione.

"Italiani,brava gente" è diventato 
un target da cui sciogliersi,per non sembrare stupidi, con altri target che ci siamo cuciti addosso da soli, tipo la mafia,i mandolini e gli spaghetti ,il terrorismo,il malaffare,le mani 
sporche ,ecco  un popolo di furbi che cercano di farcela gli uni sugli altri.

Paradossalmente e a cicli
siamo diventati il popolo delle Mani Pulite,che è sceso in alcune piazze a riscattarsi dalla Mafia,o contro il Terrorismo.

Ma ci siamo poco abituati a considerare che quello che viviamo è  
un mondo italico che non è cresciuto,ma si è come bloccato ,accettandosi nella ricostruzione a quell'epoca ,ma impedendosi un reale futuro.

Nella sfiducia.
Sfiducia ,galoppante.Sempre.
Abbiamo perso i sogni
quando abbiamo tradito le aspirazioni al futuro migliore,quelle stampate in quei.volti.anni.40' e'50 .

Noi,ancora oggi
siamo quello,sfiducia,purtroppo  costretti a ragionare sempre per sottrazioni, oltre le speranze dei nostri nonni e dei nostri padri dopo le due grandi nostre ferite,le guerre mondiali.
Ecco. A questo punto 
un'altra  mia riflessione forse dolorosa più  che triste,tanto da" amarcord " 
non  si può non pensare alla
*perdita* che non possiamo perdonarci come popolo ,nazione e Stato : 
Aldo Moro.
L'unico momento,in anni così distanti dalla fine della guerra e dal Referendum,dalla nascita della Costituente,in cui siamo tornati *tutti* popolo ,che è *noi*.Italiani.

Da segnalare, nella serata televisiva, due monologhi.

Chi scrive è donna,e come tale ritiene che Paola Cortellesi abbia regalato uno dei momenti più intensi e necessari della serata, con una lettura estremamente emozionante, dedicata alle donne che ottant’anni fa hanno combattuto per la libertà di tutte le ITALIANE,noi,allora come oggi.Generose,sempre pronte a dare.

Furono spesso giovanissime, poco più che adolescenti, che unendosi alla Resistenza contro il nazifascismo, sacrificando la vita per consegnarci un Paese più libero, più giusto, più 
umano, *ci fecero* mature in una coscienza di genere, oggi.

Con la consapevolezza che il femminile sia anche idea,rivendicazione.di.diritti.
Quel monologo non si è fermato al passato, giacché "la battaglia" non è ancora finita. 
Per motivi diversi, siamo ancora partigiane che non puntano i fucili,ma i piedi ,per superare nuovi ostacoli alle nostre libertà.
Con troppe donne che oggi continuano a subire violenza, discriminazioni, paura e soprusi.
E con la parola che aleggia,ancora
 poco  detta,"patriarcato" ,da abbattere.

L'altro assolo recitato con grande maestria da Massimo Popolizio, è stato dedicato a ciò che ci ha abitato nel nostro più recente passato prossimo: il Covid.
Ospite velenoso ed indimenticabile.
Popolizio ,in un momento di rara 
intensità, è stato capace di tradurre e restituire nello spettacolo il peso collettivo di una prova che avrebbe potuto — e forse dovuto — rinsaldare il senso di appartenenza comune.

Un qualcosa,sempre da spettatrice di questo spettacolo dedicato ai Volti della Repubblica, è stato  ancora mio pensiero per riflettere : l'ombra.

L'ombra sottesa e lunga di una dipendenza
che ha complicato questi decenni, ombra che appartiene a un'altra  considerazione che ottant'anni di storia impongono, più scomoda e meno celebrata.

Parte della traiettoria italiana del secondo dopoguerra è stata segnata da una subalternità strutturale nei confronti di potenze esterne. Una,in particolare .

È buffo che noi guardiamo all'America,esattamente come l'America guarda a noi, in un tandem di invidia reciproca, attraversando 
il percorso del tempo che
passa e,reciprocamente,sottraendoci vicendevolmente tanto e precipitandoci nel peggio.
Si sono importati modelli di sviluppo, di stili di vita, logiche di gestione della cosa pubblica --non sempre migliori-- rinunciando progressivamente a elaborare una via autonoma,per cui.
Il risultato, decenni dopo, è una nazione che stenta a riconoscere la propria capacità di camminare con le proprie gambe.

Un'influenza ,quella subita da oltreoceano,che ha portato benessere materiale, è innegabile, ma che nel tempo ha modellato abitudini, scelte economiche, persino la percezione che gli italiani hanno di se stessi. 

 Eppure le risorse ci sono: culturali  umane, creative, artistiche,storiche. Forse mai abbastanza valorizzate, spesso disperse, ma presenti.

Una domanda aperta
non è sul rimpianto per un passato idealizzato,ma è 
una domanda precisa che una serata come quella andata in onda ci costringe a formulare: abbiamo davvero onorato il sacrificio di chi ha costruito questa Repubblica dal nulla, o in certi tratti fondamentali abbiamo smarrito la strada?

Quella percezione di un qualcosa che si è consumato senza fare rumore,negli ottant'anni, ci dice chi siamo diventati e quanto strada manca ancora per essere culturalmente,intellettualmente 
noi stessi, se solo ritrovassimo la lucidità di guardarci allo specchio senza sconti.

Ottant'anni, Repubblica. 
Buon compleanno atte'. E buona riflessione a me,forse a chi mi ha letto pazientemente sin qui,a tutti noi.

*_gioilan_*


lunedì 1 giugno 2026

"Biancùgina in specchi moltiplicati"

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Non so se fosse gioia o rabbia quella risata,a bocca larga e strillata di mia madre,nel suo ospedale
dove ho imparato a correre per 
sparire.

Joe, il mio  atleta sdolcinato allampanato un po' folle,di me,voleva
-mi voleva-
voleva
possedere la torta ,
proibita come il caramello.per un diabetico
e cercava di soffocarmi 
nel suo amore
con la violenza di un manrovescio
promesso ,ma mai dato,forse
esasperato 
da tutto. Ma fedele
fino all'ultimo,Joe.e oltre.

Ero il corpo  d’America, ambito,bramato, desiderato, in un esasperato
desiderio comune
di possesso (!)
ma nella bara, sotto il vestito 
di Pucci,le mie mammelle
erano solo pezzi di lattice a coppa
 come gli sturalavandini
viti
avvitate su un silenzio finalmente 
vero
mentre io ero,sfatta
forse di alcool,barbiturici o altro ancora e non so che.

La mia solitudine, il mio unico
possesso, sempre era stata 
la certezza mia compagna ,che
oltre ogni mia lagna ,affogava
in un bicchiere largo.

Dimenticavo le battute,annegavo
nel panico
delle scenate, sui set
ingoiavo pillole,con la maestra di recitazione accanto, ma sentivo me stessa
dentro ,troppo. 
e premeva 
come un grido strozzato
in un cuore infiammato,sempre
la me che sono io
che non sono e poi sono davvero
sempre io,qui.

Effervescente l'urlo:
«Qualcuno ha visto il mio ukulele?»
chiedevo al vuoto, mentre
il mio animo
urlava «Bambini!» per poi autodistruggersi
in un’aspirazione sterile
senza presenze di figli in un
rigoglioso
utero ,caverna per aborti.
Ero uno specchio
di raggi di sole :
la gente si guardava in me 
e si amava, così mi amava 
ma io ero solo la droga del loro momento.
Non sono stata 
una stupida,bionda che gli uomini preferiscono,ho
solo cercato di disimparare a usarmi.
Sapevo che tra questa carne e questa morte
non c'è posto per l'oblio:
Oddio,io sono e sarò lei
sempre
burattina,quella che ancora adesso
biancùgina dalla tivù 
a notte fonda e ride 
facendoti sorridere,Marilina.

*_gioilan_*




100 anni dalla nascita di M.Monroe
ma di lei avevo già scritto:

https://ilcatinodizinco.blogspot.com/2001/07/marilina.html?m=0