domenica 25 aprile 2010

(partigiana) della nonna, la Memoria





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della nonna, la Memoria annotata
su fogli affidati alla busta diaria
è insieme di foglie. pare bussare
                   su un vetro,sfilata alle ombre dei suoni
di luoghi lontani, scioglie gli enigmi
e tira pietre qui intorno,è storia
privata,della nonna,la Memoria
svelata
                                 in un compendio finale,
storia scorticata sul pavimento
           a rombi del salotto,una linea tracciata.


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Ciò che di noi non sa più l'abituale
                       è quanto costò attorno al collo
il fazzoletto rosso
             -rotolavano voci sulla via,
                                                    sempre-
            Gli anni? E i volti? dove sono i volti
che allora lessi?
giovani e disumani in più di una notte tradita
sotto gli alberi
                       - fra due fette di pane la luna-
nella neve
o polvere o mosche
strade
camminate, sempre
                                                orizzonte


condito da botole in cui si calavano i morti.


(oleandri pioppi e lecci come segnalibri
per rinvenirli,
                   un giorno)




                                                     ciò che di me non sa l'abituale
è l' abiura mia da allora -Dio non esiste- ad ora
l'ira del dopo quelle urla di ragazzina violata,
                                      Francesca, la mia piccola amica,impazzita
la donna affacciata al cortile,
                                 i tedeschi, la raffica
il prete a terra, Francesco appeso all'albero,io che osservavo


                     l' i n a c c e t t a b i l e.




imbracciare un fucile allora fu facile.
e non.
trovare d'improvviso un senso
per distaccarsi dall'ordito lento dei giorni,la vita con il colore della morte
il passo ( uno dietro l'altro, in salita,lento) su passo al passo.


incontrare altre donne, più esperte, prendere la mira
con le braccia incerte e
il non sapere .


i cieli dell'avventura che ebbero notte giorno e tempo
e la miseria del tradimento,della paura.
gli scarponcini che misi ai piedi
e le verruche, le ciocche tagliate ai pidocchi,anche risate.


i cieli del dolore addosso ti rovina con sibilo di sasso come da una fionda
-sopra l'occhio un rivolo rosso e lo sguardo immediatamente fisso
 che vede per la prima volta il Paradiso-


                                il rumore del tuo pianto non ha una nota, affonda
 nella scodella di latte.


i cieli dell'asfalto gonfiato con la pompa della bicicletta
il saldo dei tragitti con la fretta dei fiumi, -appena fuori città
                                                             gira a destra e aspetta-.




quante strade percorse
camminando e vedere i cieli
alzarsi
e cadere
             rialzarsi
           e ricadere
ancora


pensando al lume sul tavolo e
al nonno che leggeva
in un lago di luce -tepore di casa, ma dov'era più casa?-


seminandomi dentro una zizzania di rimpianti falsi
             (Maurizio che amavo, la cui camicia era nera,una miseria di promesse in compagnia
                                                                                                                            del nulla )
il sangue velocemente ai polsi ,
passando ,quelle ignote pupille ,troppo ardenti
invadenti domande da spia.


                                                    (certe volte gracchiavano le cornacchie
                                                     e noi andavamo in missione senza essere suore
                                                     con Laura aspettavamo un segnale da Simone
                                                     il cui vero nome era
                                                     Fernando
le fradice barche quasi nascoste nel fango
il rientro, sperando.)


ciò che di noi non sa più l'abituale
è quanto costò attorno al collo
il fazzoletto rosso
              -rotolavano voci sulla via,
                                         sempre-


Gli anni? E i volti? dove sono i volti
che allora lessi?
Sono i miei occhi,arsi .

                        







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